I film indimenticabili |Morte a Venezia

I film indimenticabili |Morte a Venezia

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Antonella Frontani |

E’ da poco ultimato il restauro dei film del Maestro. E’ inevitabile tornare a guardare i capolavori che, da allora,  ispirano  il cinema di tutto il mondo. Ne vale la pena, soprattutto nella segreta speranza che i giovani continuino a “scoprirlo”

morte 3Morte a Venezia è  uno dei più famosi film di Luchino Visconti, quello con cui vinse  il premio speciale nel corso della venticinquesima edizione del concorso di Cannes. Soprattutto, è il film che ripropone l’annosa questione dialettica tra cinema e letteratura: irrisolta e spinosa diatriba che unisce e nel contempo mette a confronto due linguaggi diversi ma vicini, reciprocamente influenzabili e spesso in contraddizione.

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Non era il caso del Maestro che aveva sviluppato una spiccata tendenza a “trasportare” magistralmente capolavori della scrittura in indimenticabili film come Ossessione, Senso, Lo straniero, La terra trema, Il Gattopardo. Opere cariche di riferimenti letterari, musicali e artistici che facevano dei suoi film un’elegante, quasi aristocratica ricostruzione storica delle vicende narrate.

Sarà Lui ad annunciare il neorealismo nel 1943, e poi sarà Lui ad imporre nel cinema  degli anni Cinquanta l’impegno politico e sociale. Da allora, i registi di tutto il mondo non hanno smesso di imparare.

Del capolavoro di Thomas Mann, Visconti racconta, all’ennesima potenza, l’ossessione che imprigiona Gustav von Aschenbach, anziano musicista vedovo, fisicamente fragile e spiritualmente inquieto, quando approda al Grand Hotel Des Bains del Lido di Venezia per una vacanza. L’incontro con Tadzio, bellissimo adolescente dai tratti angelici infatti, lo tormenterà senza requiem fino a condurlo alla morte.

Qui emerge un voluto discostamento dal romanzo: Visconti tratteggia un aspetto omoerotico che affida al giovane un ruolo seduttivo cosciente e malizioso, a differenza di ciò che emergeva nel libro. Come se il tema dell’ossessione e, in particolare, di “quella” ossessione, gli fosse più caro, a scapito della strategia ironica che aveva costruito lo scrittore. Il protagonista di Morte a Venezia, dunque, nel film  abbandona le vesti di un idealista testimone e soggetto del tracollo dei suoi ideali per vestire i panni un estenuato esteta segnato da una doppia sconfitta: il fallito tentativo di raggiungere l’assoluto estetico attraverso la purezza dell’idea, e l’oggettiva impossibilità di un abbandono totale all’istinto sessuale.

L’immagine più vivida che resta impressa del film è quella di Aschenbach, un pagliaccio triste che guarda, oltre la maschera del trucco sfatto che avrebbe dovuto celare l’età, l’oggetto del suo desiderio allontanarsi nel basso, scuro fondale della laguna. Il giovane, consapevole e crudele, lo abbandona con indolenza, senza traccia di pietà.

La maniacale tendenza del regista a rispettare la ricostruzione di ogni dettaglio rese la ricerca di Tasdzio un difficile casting in giro per il mondo. Il Maestro non poteva prescindere dalle parole con cui Mann descrisse il giovane barone Wladyslaw Moes, allora undicenne, che realmente incontrò nel 1911 in un  viaggio a Venezia,  con sua moglie,  e che ispirò il suo personaggio:

“Un ragazzo dai capelli lunghi. Il suo viso pallido e graziosamente chiuso dai ricci color del miele, col naso dritto, la bocca amabile, un’espressione gentile e divina serietà ricordava le sculture greche dei tempi più nobili”.

Visconti troverà  a Stoccolma, e non a Budapest dove cercò forsennatamente,  i tratti nobili del giovane barone. Sarà il quattordicenne Bjorn Andrésen ad interpretare il Tadzio indimenticabile nella storia.

I costumi e la ambientazioni sono il linguaggio con cui il Maestro narra l’epoca, l’atmosfera e la storia. La sua perenne inclinazione alla perfezione renderà Morte a Venezia, come ogni sua altra opera, uno spaccato reale del tempo in cui i dialoghi scarni lasciano spazio alla “fisicità” degli interpreti e al loro gesto, trasformando  i lunghi silenzi in sequenze eloquenti in cui solo la musica racconta.

Gustav Mahler aleggia con la Terza e la  Quinta Sinfonia (Adagietto, Sehr Langsam Misterioso e marcia funebre) lungo tutto il film impregnandolo di una struggente, meravigliosa malinconia verso tutto ciò che è già fuggito (l’età), e che non sarà mai (l’amore proibito). Non mancano incursioni musicali di Beethoven (Per Elisa), Mussorgsky (Ninna Nanna) e Lehar (La vedova allegra) che dimostrano ancora una volta quale ruolo preponderante rappresentasse la musica nel cinema di Luchino Visconti. Mai “usata” come colona sonora di un film, la musica diventava interprete del dramma che si consumava, e le note per il Maestro erano parole, gesto e luce. Anche l’inserimento di canzonette popolari non era mai un’incursione barbarica ma il piccolo, prezioso tassello di un puzzle che componeva l’immagine della realtà del tempo.

Morte a Venezia non è un film triste, è un film commovente. Non è solo un bel film, è un capolavoro. Luchino Visconti non è stato solo un grande regista, ma un talento straordinario di lungimirante veduta.

Nel cast indimenticabili: Dirk Bogarde, silvana Mangano, Bjorn Andrésen, Romolo Valli, Marisa Berenson, Fanco Fabrizi, Carole André, Nora Ricci.

locandina

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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