Macbeth-L’Ossessione del Potere

Macbeth-L’Ossessione del Potere

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di Antonella Frontani

Al Teatro Regio di Torino è andato in scena il Macbeth di Verdi, splendida rappresentazione della mortifera ossessione del potere da parte dell’uomo.

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Giananadrea Noseda

Macbeth appartiene ai lavori che Shakespeare ha scritto negli anni della sua maturità nei quali i confini tra predestinazione e libero arbitrio, mondo fantastico e reale diventano sempre più ambigui e inafferrabili. Opere in cui la  drammaturgia viene imperniata in parte dalla sapiente rappresentazione dei percorsi mentali della vita interiore dei  protagonisti, in parte dalla deliberata omertà che stende un velo sui misteri e sulla scelta dei personaggi e sulle cause delle loro azioni.

Anche Verdi, nel corso della sua maturità, ha scelto di rappresentare la vulnerabilità del mondo interiore degli uomini e dei suoi eroi fino ad arrivare, con il Falstaff, ad una visione malinconica e sognante della vita dove il confine tra sogno e realtà allude e riconduce agli ultimi drammi di Shakespeare.

Ecco che il Macbeth di Verdi diventa una potente tragedia del potere. Un’efficace rappresentazione lirica dell’ossessione del tempo e della supremazia.

La deviazione morale spinge Macbeth, insieme alla sua orribile moglie, a compiere uno sterminio abbacinato dall’idea  di conquistare la corona di Scozia, così come stabilito dal presagio delle Streghe riunite in congrega nel bosco che apre il primo quadro dell’opera.

Verdi non usa la malvagità del protagonista come oscura materia che ha il compito di mettere in luce la parte positiva dell’umano, con lo scopo di  condurre lo spettatore alla commozione. E non si tratta neppure del ricorso al grottesco che operava Victor Hugo, mischiando il truce al sublime, come accadeva in Rigoletto o Lucrezia Borgia.

Macbeth vuole rappresentare l’ossessione del male che può dominare l’animo umano senza alcuna possibilità di riscatto, neppure quando il senso di colpa tenta di fiaccare i due irriducibili assassini.

Un tale dramma oscuro non poteva  prevedere momenti di belcanto o di commoventi passaggi, come in Ernani e nel Trovatore; Macbeth venne composto secondo una drammaturgia sperimentale che non contemplava l’abbandono alla pura bellezza melodica della partitura; la nuova tipologia di personaggi non lasciava spazio al virtuosismo e alla performance canora. Il risultato è una bellissima, scura, difficile composizione che stentò a incontrare il favore del pubblico. In pieno Ottocento ( 1847 ) era nata una vera e propria “opera d’avanguardia” che non poteva essere compresa in un periodo tanto idealizzante: assenza totale di vicende amorose e di protagonisti solari, esaltazione dell’amoralità e dell’ossessione del potere, esclusione di liricità, ricorso continuo al colore nero sono gli strumenti a cui  hanno fatto ricorso i due grandi maestri per descrivere l’inesorabile, ossessiva scalata al potere da parte dell’uomo incapace di dominare la propria vanità e la volontà mortifera di dominio.

Allo spettatore non viene lasciata alcuna possibilità di liberarsi dall’oppressione del male attraverso il trionfo del bene, né il piacere dell’identificazione nei personaggi eroici; solo l’immedesimazione nel ruolo delle vittime del dramma.

Uno dei passi difficili dell’opera è l’inconsueta lingua del libretto, scritto da Francesco Maria Piave e successivamente rivisto da Andrea Maffei, che da qualche critico venne addirittura definito sciatta e ed eccessivamente bizzarra. Una scrittura, oggi rivalutata,  che abbandonava le consuete richieste di Verdi, brevità e estrema pregnanza, in virtù di un linguaggio in cui si sovrapponevano stili e registri che andavano dal tragico al comico, dal sublime al grottesco: oggettivamene poco fruibile per il pubblico già coinvolto da una partitura poco armoniosa.

Una partitura, però, che certamente ben rappresenta il declino mentale del protagonista, il  crescendo ossessivo di una psiche che non trova più una possibilità di convivenza con se stessa, in una continua alternanza di delirio di potere,  violenti sensi di colpa e terrore nei confronti di un futuro nefasto.

L’opera  è andata in scena al Teatro Regio di Torino con la regia e l’allestimento di Emma Dante che ha messo in luce il dominio della spietata Lady Macbeth.

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Emma Dante

La regista ha popolato la scena di streghe dagli splendidi costumi e di donne gravide per mettere in luce la spietata consorte sterile ( Lady Macbeth) , manipolatrice del suo uomo votato alla scalata di un successo irrorato di sangue. E’ in lei che Emma intravede la vera artefice del male e la sua regia è la  consueta provocazione in scena : fulminante e poetica nel contempo. Satiri dai grandi falli, streghe gravide, pance contenitori di profezie, ventri magici che prevedono il futuro. Uno spettacolo truce e bellissimo che la regista ha scelto di rappresentare perché affascinata dall’ossessione al dominio assoluto, fonte inesauribile per l’ispirazione artistica.

Suggestivo il finale che prevede la morte in scena di Macbeth, versione  scelta nel 1847.

Splendida certezza la direzione del Maestro Noseda che ha saputo mantenere alta la tensione della musica con un impeto smagliante pur rispettando i passaggi tragici e cupi della partitura scritta per entrare, a tratti, in contraddizione con  il testo. L’alto livello di rendimento raggiunto dall’Orchestra del Teatro Regio attraverso il suo lavoro e  la sua  direzione musicale attenta  ai dettagli timbrici e ad ogni frase vibrante, hanno scongiurato il rischio di fragore in luogo di un’esecuzione perfettamente equilibrata.

E’ stata una fortuna poter godere della sua direzione la sera della prima, dopo la quale è subentrato un infortunio alla schiena che lo ha costretto alla sospensione delle recite successive. Al Maestro Noseda, il più caloroso augurio di veloce guarigione.

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Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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