“Follia” di Patrick McGrath

“Follia” di Patrick McGrath

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Valeria Cacioppa |

E’ il 1996 quando l’autore britannico Patrick McGrath tinge l’universo letterario di “Follia”. Trascorsa l’infanzia nel grigiore del Berkshire, presso l’istituto psichiatrico dove il padre lavorava, le tonalità della malattia mentale e delle dinamiche ossessive intessono tanto il suo ambiente di formazione quanto il suo gusto narrativo. Tuttavia nella sua storia l’istituto psichiatrico è sfondo opaco, più che scenario attivo: l’ossessione di McGrath, infatti, si consuma nella fuga.

In fuga è Stella Raphael, moglie di un pezzo grosso della psichiatria: bellissima, intelligente ed elegante, fiore all’occhiello della patina sociale tanto cara al marito. Quella di Stella è anzitutto fuga da un ruolo, dal focolare a cui l’ha relegata un coniuge ormai da tempo adagiato sulla certezza del controllo emotivo ed economico su di lei; fuga da una maternità forse mai realmente desiderata, che fa del figlio Charlie, paffutello undicenne smanioso di attenzioni, destinatario più di ansia che di amore.

In fuga è Edgar Stark, paziente del freddo e grigio ospedale vittoriano, dove il suo brillante passato da artista è offuscato da un disturbo della personalità dalle tinte violente, culminato, anni prima, in un efferato uxoricidio. A districare la matassa della psiche di Edgar troviamo Peter Cleave, narratore sottile e – come pian piano ha modo di constatare il lettore – affatto disinteressato.

L’amore fra Stella ed Edgar sboccia nel giardino della casa di lei, dove Edgar lavora al restauro di una vecchia serra. Lontano dall’ombra dell’istituto, ha così la possibilità di affinare il proprio fascino da manipolatore,  di cui Stella sente, a poco a poco, la pressione prima sulla sua placida quotidianità, poi sulle pieghe più recondite del suo cuore, in una climax di curiosità, dubbio, tentazione, vergogna, desiderio e, infine, di cedimento. Ed è così che, nella passione che li travolge, pensiero ed azione si confondono, e si abbassano all’immediatezza del magazzino degli attrezzi in giardino, dove i due amanti si incontrano. Giorno dopo giorno, Stella abbraccia l’aspettativa dei loro appuntamenti, ossessionata da Edgar, dal suo carisma così diretto ed enigmatico, dalla paura di non riuscire a dissimulare i suoi sentimenti fra le mura domestiche, e da tutti i dettagli del loro segreto. Finché Edgar, tenendo fede al piano coltivato sin dall’inizio, fugge dal manicomio, lasciando l’ignara Stella in un deserto di mille domande, ma, soprattutto, alle fauci dell’ossessione, che dilaniano a poco a poco ogni residuo della sua stabilità emotiva. Ogni elemento estraneo al loro nido d’amore, ormai vuoto, diventa per Stella d’intralcio, se non di oltraggio insostenibile. Ed ecco che la fuga si realizza concretamente anche per lei.

Il loro amore ossessivo migra allora a Londra, dove Edgar ritrova il proprio atelier, arricchito dalla luce di Stella, dalla libertà di possedersi senza timori, e dalla possibilità di riprendere a fare arte. Col passare del tempo, però, Stella è una musa sempre più triste, sempre più dubbiosa, man mano che si scontra con la vita fredda ed austera della povertà, con il pulsante senso di colpa per l’abbandono di Charlie, ma, soprattutto, con il baratro psichico di Edgar. L’ultimo piano di un fatiscente edificio londinese diventa lo specchio di un rapporto sempre più malato, di una dipendenza emotiva sempre più esacerbata, di un’ossessione sempre più sfiancante. McGrath non risparmia al lettore, con uno stile leggero ma incalzante, un crescente senso di angoscia e di confusione nel descrivere gli attacchi d’ira di Edgar, che progressivamente perde tanto il senno quanto l’ispirazione: il busto di argilla modellato sulla figura di Stella, reificazione della sua psiche, si riempie di orribili tagli. Stella, terrorizzata, fugge per l’ultima volta, e fa ritorno a casa, a quel mondo familiare e sociale che ormai non la vuole più.

L’ultima parte del libro regala al lettore un intreccio di voci narranti: quella, ormai nota, di Cleave, e quella intima e tormentata di Stella, che, ormai prosciugata nel corpo e nello spirito dall’ossessione per il destino di Edgar, finisce per riempire il posto lasciato vuoto dall’amante nell’istituto psichiatrico. Ed è qui che McGrath dà il meglio di sé: dialoghi densi, commossi, capaci di calamitare un’empatia sorprendente. Sino all’incredibile scacco matto finale.

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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