La Metaformosi di Narciso e il mito della bellezza apocrifa nell’era digitale

La Metaformosi di Narciso e il mito della bellezza apocrifa nell’era digitale

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Luca Del Secco | Tra le piaghe che più attanagliano la società contemporanea, la società della rivoluzione digitale, sicuramente una delle peggiori è il narcisismo estremo. Questo morbo si esprime, in particolar modo, attraverso l’utilizzo malato e compulsivo delle nostre foto, scattate dai nostri smartphone, per essere poi caricate nei social media o nei siti appositi ed infine lanciate in quel gigantesco stagno virtuale che è il mondo del web. La vitale e ossessiva importanza data all’aspetto fisico ed esteriore, mutabile e caduco per sua natura sotto i colpi del tempo scultore, ha generato e continua a generare mostri parafrasando Francisco Goya. Mostri che se da un lato generano malattie psico-fisiche come anoressia, bulimia e disturbi alimentari vari o il ricorso indiscriminato alla chirurgia plastica, dall’altro hanno indotto o inducono, e i continui casi di cronaca lo confermano, al suicidio o alla depressione adolescenti, e non solo. Quest’ultimi sono vittime di quel cyberbullismo che si abbatte su coloro i quali vengono giudicati non idonei secondo i canoni di bellezza plasmati dal mondo della moda, della pubblicità o del cinema.

Il pericolo maggiore, però, di questo narcisismo odierno risiede proprio nella sua metamorfosi che colpisce indiscriminatamente uomini e donne dalle età e dei ceti sociali più disparati, e, come un tarlo, si insinua silenzioso nella mente umana logorando giorno dopo giorno chi ne è colpito, rendendolo dipendente e schiavo di un ideale di bellezza fallace e apocrifo. Non è un caso se negli ultimi anni stiamo assistendo al nascere di applicazioni, quali i filtri bellezza o photoshop atte a modificare e migliorare, sempre secondo i canoni di bellezza vigenti, foto e video, inseguendo un mito di perfezione tanto facile da raggiungere quanto innaturale. Questa trasformazione sembra quasi trovare un precedente, con le dovute differenze del caso, in un quadro del 1937, la Metamorfosi di Narciso appunto, opera dell’artista catalano Salvador Dalì. L’autore grazie all’utilizzo del metodo “paranoico-critico”, tecnica di sua invenzione che consiste nel raffigurare su tela immagini, oggetti o scene frutto di una rielaborazione a posteriori di tutto quel materiale onirico che ha origine nell’inconscio umano, rende tangibili anche le idee più deliranti e ossessivamente pericolose; tutto ciò si concretizza grazie al ricorso, frequentissimo in Dalì, di illusioni ottiche e immagini multiple tanto care anche alla corrente artistica surrealista. Nel quadro l’immagine è presentata come un ambigua relazione tra illusione e realtà, in un complesso intreccio di verità e inganno: il corpo del soggetto in questione, accucciato quasi in posizione fetale nello stagno entro cui si specchia, si presenta come un enorme figura che giganteggia sul lato sinistro dell’opera, pietrificata e allo stesso tempo immersa in una calda ed aurea luminescenza; la metamorfosi, che si può notare sul lato destro del quadro, trasforma Narciso in una mano, con la stessa sagoma della figura a sinistra ma dai colori più spenti, donando una nuova identità alla figura: la mano stringe un uovo crepato, dalla cui crepa nasce l’omonimo fiore. La mano potrebbe indicare l’atto della masturbazione, elemento già riscontrato in altri dipinti dell’autore, oppure quello della morte, ed è questa la versione più probabile.

Esattamente come la metamorfosi ha colpito il personaggio del quadro, così ha colpito la società odierna che tramite illusioni ottiche, donate dalla tecnologia digitale, fa vivere l’uomo in una bolla di sapone regalandogli una bellezza apocrifa, una morte annunciata.

L’unica ma sostanziale differenza del narcisismo contemporaneo rispetto a quello della tradizione mitologica o del quadro di Dalì, si cela nel fatto che, paradossalmente, se Narciso muore accidentalmente, o forse suicida, perché troppo innamorato di sé stesso e della propria immagine, la nostra società si uccide o si ucciderà per un’idea di bellezza che vuole dare ma che non avrà mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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