La mia ossessione per le scarpe

La mia ossessione per le scarpe

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Luisa è una siracusana adottiva torinese con una solida esperienza in marketing e comunicazione in ambito privato, pubblico e, di recente, anche non-profit. Insegna all’Università di Nice Sophia Antipolis

Luisa Piazza |Ebbene sì, ho deciso di fare outing: anche io soffro di alcune ossessioni, la prima delle quali è la mia passione smisurata per le scarpe (ex aequo con quella per i bijoux, seguono i viaggi). Da che ho memoria, le scarpe hanno rappresentato per me l’oggetto-cult, quello che dovevo possedere ad ogni costo, che avrebbe cambiato il corso degli eventi, rendendomi “giusta” per ogni diversa occasione.

I primi ricordi risalgono a quando avevo due anni e andavo di nascosto nell’armadio di nonna e zie paterne, mi impossessavo delle loro scarpe e le buttavo giù dal 2ndo piano…. chissà poi perché!?

L’attrazione per le scarpe è cresciuta con me. Ricordo le prove di nascosto, nel ripostiglio di mia nonna materna, donna di grande eleganza e charme, di tutte le sue scarpe con i tacchi a spillo che, a 8-9 anni ovviamente mi andavano grandissime! E la trasgressione, durante le vacanze estive nella casa dei bisnonni materni, dell’indossare degli zoccoletti con un mini tacco a spillo, quando mia madre non poteva vedermi. 

Il primo viaggio fuori Europa (a Istanbul, a 10 anni) si caratterizza anche della scena che avevo piantato a mia madre perché i sandali chiari che mi aveva comprato (e che giudicavo orribili):  non erano ben abbinati con i giubbino di lana che indossavo.

 

Da teen-ager viaggiavo in estate con i miei genitori e ogni anno, in fase di preparativi, si arrivava al momento di scontro con mia madre la quale non voleva, giustamente,  che io trasferissi l’intera scarpiera in valigia con noi, e l’unica via d’uscita per rabbonirmi era l’immancabile frase: “meno porti, più puoi comprare”. 

Gli anni dell’università mi hanno portato a fare vacanze di studio all’estero, e anche lì le scarpe hanno continuato ad essere un’ossessione. 

L’emblema dei miei 20 anni è stato l’acquisto di 2 paia di décolleté a Parigi, due trofei che ho davvero adorato: un paio di velluto nero a fantasia con motivi floreali rosso ciliegia, verde salvia e viola, a punta con tacco a rocchetto; e l’altro, di pelle cangiante avion/argento e tacco triangolare… mitiche!

Per poter indossare le scarpe del cuore, per anni ho considerato accettabile ogni sofferenza, tanto prima o poi il male sarebbe passato, la scarpa si sarebbe allargata, io mi sarei abituata all’inclinazione ripida del piede e… l’effetto di eleganza d’insieme sarebbe stato assicurato.

Per fortuna sono un po’ rinsavita e dopo una terribile serata di gala al castello di Praga con un décolleté da sera simil Dior Anni ’40 e tacco 12  – che, a fine serata, mi ha costretto ad una scivolosa discesa notturna a piedi scalzi con le scarpe in mano -, alla fine ho deciso che avrei smesso di soffrire ed ho regalato quelle fantastiche, quanto sadiche ,scarpe da sera!

 

Andando avanti con l’età, e allargando il raggio dei miei viaggi ad altri continenti, sono riuscita a comprare  dei veri trofei che indossavo con grande orgoglio al rientro a Torino: babouches marocchine e medio-orientali, ballerine di taffetà  indiane, sandali con fili in lurex pakistani acquistati a Dubai, zoccoli in legno e seta Vietnamiti, infradito di tessuto intrecciato multicolor e bottoni di metallo argentato in Laos… Chiaramente, non è solo l’acquisto di un trofeo: ogni volta che indosso un paio di quelle scarpe, un pezzo di viaggio riaffiora, insieme con la recita della negoziazione, del tè bevuto, il pagamento e la stretta di mano con il venditore locale. E poi, l’entusiasmo del rientrare a casa e trovare, nel mio guardaroba, almeno 1 oggetto che, per colore o materiale, sembra nato appositamente per essere accoppiato perfettamente con l’ultimo acquisto di scarpe!

A fine Anni ‘90 si è avviata una fase della mia vita piuttosto bizzarra, tanto da farmi pensare di vivere in un film di  Almodovar (in realtà, questa fase non si è più conclusa!). E questo periodo che coincide con le mie  assidue frequentazioni di Barcellona per ragioni di famiglia. Barcellona è la mecca della mia ossessione che trova grande soddisfazione nella varietà di stili, forme e accostamenti audaci. Tra le migliaia di scarpe che ho posseduto nel mio mezzo secolo di vita, le scarpe preferite di sempre sono un décolleté di vernice nera appuntito e tacco a spillo, con mascherina arancio e rifiniture bianche che sembra uscito da un catalogo di Pop Art fine Anni ’60 comprato proprio a Barcellona.

Ogni paio di scarpe mi consente di diventare un personaggio diverso ed esprimere il mio rifiuto della monotonia e del conformismo attraverso il gioco dei contrasti. 

Le ballerine affusolate mi fanno giocare alla “dame bon genre bon chic” (che non è proprio il mio caso); 

le scarpe etniche mi trasformano in viaggiatrice appena atterrata in Europa; 

i mocassini maschili e le stringate sdrammatizzano le mise troppo eleganti o femminili; 

Le scarpe da sera e i sandali gioiello raso terra rendono più cool  i jeans indossati la sera. 

Il décolleté tacco 7 a rocchetto fanno un po’ Mary Poppins e sono divertenti con pantalone sportivo o minigonna colorata.

Il décolleté con tacco 12 e i sandali con plateau super femminili rendono l’andatura simile ad una geisha, sono perfetti con pantalone gessato o molto semplice e asciutto, e li completo con collana e orecchini di design, ma solo se un cavaliere viene a prendermi fin dentro casa e mi riaccompagna, se no prendo una storta di sicuro!

E poi ci sono gli stivali… 

Quelli neri da equitazione che indosso inserendovi all’interno un pantalone di velluto  affusolato e giacca  lunghezza a 3/4: fanno molto lady inglese di inizi ‘900; quelli di vernice nera a punta quadrata e aderenti: fanno molto Barbarella Anni ’60 (ok, capisco anche io che le distanze tra me e Jane Fonda non sono connesse solo al colore e lunghezza dei capelli!). E poi, il miei stivali cult: dei cuissard marron scuro, senza tacco, punta affusolata: fanno sempre un certo effetto sul pubblico maschile, soprattutto quando scivolano giù verso il ginocchio e mi costringono riportarli su… se però vengono indossati con un abito nero molto castigato o con giacche maschili e gonne corte ma  rigorose, l’effetto spiazzante serio-sexy è assicurato!

I colori sono la mia passione, e grazie ad una memoria visiva e cromatica sviluppatissima, vero dono di natura – mentre non ricordo mai  nessun nome, con grandi imbarazzi nelle presentazioni – riesco a scovare la scarpa della sfumatura cromatica perfetta per…. un certo paio di orecchini, una sciarpa, una cintura! Come fare a rinunciare all’acquisto compulsavo, quando il colore e la forma ti permettono di inventarti ancora un personaggio nuovo. 

Nella mia gamma colori ci sono tante sfumature di verde, lilla, fuxsia, marron, grigio, giallo, cipria, fantasie varie, ….ma solo 3 paia rosse, color che non amo molto tranne che in versione cardinalizia. 

Il mio outing non può dirsi competo se non confesso anche i numeri:

Scarpe catalogate annualmente:

scarpe invernali 24 (di cui décolleté 16)

Stivali: 13;

Troncherei e boots 4; 

Scarpe sera 10

Babouches 5

Ballerine: 32 

Sandali 36 (di cui: abarcas 5, tacco alto 14,  tacco basso 17)

scarpe sportive 9

ciabattine mare 11

TOTALE 144

P.S.: le scarpe che invece tengo nella casa al mare non contano :-)) 

Da questo excursus minuzioso e appassionato, vi sarete resi conto che non scherzavo: è una vera ossessione! 

Compro scarpe per gratificarmi, per consolarmi delle sconfitte, per premiarmi per i successi, per segnare la fine di una relazione o brindare all’inizio di una nuova, per fare un affare durante i saldi, perché inizio un nuovo lavoro o inauguro una nuova stagione della mia vita…. insomma, c’è sempre un’ottima ragione per auto-giustificarmi.

Quando ho superato quota 100 paia di scarpe – un mio giovane collaboratore al sentire questa cifra esclamò: ma sono 200 scarpe! Sì, lo sono 😉 – ho iniziato a preoccuparmi seriamente che fossi affetta da qualche grave patologia? Delle turbe pericolose? E se andando avanti fossi diventata pericolosa per me e per gli altri (oltre che per il mio conto corrente)? E quindi, ho chiesto un parere ad un’amica psicologa, preparandomi alle peggiori evenienze. Per fortuna, è emerso che le scarpe rappresentano l’attaccamento al concreto e alla stabilità… da cui ne deduco che sono davvero instabile e poco concreta! Comunque, non soffro di nessuna patologia né feticismo, quest’ultimo è semmai legato alla passione di alcuni uomini per le scarpe (ed è anche un ottimo punto da cui iniziare una relazione) 

Sgombrato il campo dai timori di una patologia, ho sviluppato una serie di argomenti che giustificano a me stessa, più che agli altri – che tanto non mi credono – il perché faccio acquisti compulsivi di calzature.

In primis, le scarpe non sono un acquisto, ma una vera e propria collezione.

Le scarpe hanno un effetto anti-depressivo: un paio costa quanto una seduta dallo psicologo ma è molto più divertente e hanno una durata positiva ben più lunga!

L’acquisto di scarpe contribuisce positivamente alla crescita del PIL

Le scarpe sono lo strumento simbolico più evidente per manifestare la propria personalità, senza troppi discorsi

e, dulcis in fundo, le scarpe restano un sublime oggetto di seduzione, sia sussurrato, sia più osé!

W le scarpe e le ossessioni consapevoli!

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Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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