Horror vacui: l’ossessione di colmare

Horror vacui: l’ossessione di colmare

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Davide Figlia | Quante volte ci siamo ritrovati davanti a un foglio bianco immobilizzati, magari con la mente piena di idee ma senza saper metterle per iscritto? E quante volte, pur di non lasciare quel foglio bianco pulito e intatto, abbiamo iniziato a scrivere frasi insensate o a disegnare senza un fine? Ebbene quest’ossessione, quasi una fobia patologica, si chiama horror vacui.

L’horror vacui  (“terrore del vuoto”). Nozione importante nella fisica di Aristotele che, a confronto con la fisica democritea, affermava l’infondatezza di spazi vuoti di materia nel mondo naturale.

Nell’arte circoscrive l’azione di ricoprire totalmente l’intera superficie di un’opera con dei dettagli raffinatamente minuziosi pur di non lasciare spazi liberi. Stesso uso conosce nell’arredamento, nella decorazione e nell’ornamentazione.

L’utilizzo del termine nell’arte si deve al critico italiano Mario Praz introdotto per esprimere l’ambiente oppressivo nell’arredamento dell’epoca vittoriana.

Ma facciamo qualche passo indietro, basti pensare ai romani e al sarcofago di Portonaccio, rinvenuto nel 1931 e datato al 180 d.C. all’incirca, forse uno degli esempi più sensazionali in cui viene rappresentata una scena di combattimento tra Romani e barbari molto consistente e ricca, appunto, di personaggi da non riuscire più a individuare il fondale dell’opera. L’horror vacui è un’espressione anti classica, quindi che non rispetta il senso di misura, tutto ciò che è eccessivo e sproporzionato. Infatti lo ritroviamo nell’arte gotica, in cui ci sono portali del Trecento colmi di sculture.

Basti pensare alla saga di Harry Potter, dove i protagonisti camminano nei corridoi della scuola di magia girati nella Cattedrale di Gloucester con dei particolari molto dettagliati e dei soffitti ricchi di elementi senza tralasciare spazi vuoti, una vera ambientazione imponente. Dal Gotico passiamo al Barocco, in cui nel  Seicento, al contrario del Rinascimento che era un’epoca presa dall’arte classica, ritorna la vocazione a riempire, un fanatismo all’eccesso. Un eccesso che nasce anche dalla necessità della Chiesa Controriformata di mostrare la sua potenza e annientare il fedele. Altrimenti non si spiegherebbero alcuni interni barocchi quasi oppressivi! Nella prima metà del Settecento si sviluppa il Rococò come un’evoluzione del Barocco ma si contraddistingue per la sua grande eleganza e sfarzosità delle forme, uno stile ornamentale caratterizzato da ondulazioni ramificate in riccioli e delicati arabesche floreali. Nell’arte dei secoli seguenti non ci sarà più traccia di un horror vacui comparabile al barocco, ma bisognerà aspettare la metà nel Novecento quando Jackson Pollock ci propone le suo opere ottenute schizzando il colore fino ad ottenere una superficie completamente coperta, oppure basti pensare ad Arman (Armand Pierre Fernandez) un collezionista accumulatore che ammassa diversi tipi di oggetti creando vere e proprie opere d’arte.

Basti pensare all’arte contemporanea dove Keith Haring ci mostra declinazioni attuali dell’horror vacui su dei murali riassumendo l’estetica anti classica e barocca. La ripetizione del suo celebre pupazzo, dalle sembianze umane, fino a ricoprire tutta la superficie lascia pensare la necessità, quasi primitiva, di gestire lo spazio, di vincere sul foglio bianco.

L’horror vacui non è esclusivamente una tecnica pittorica o un pensiero filosofico; questo bisogno di colmare tutti gli spazi liberi sembra essere una vera e propria malattia che preoccupa la nostra epoca.

Spostiamo l’ossessione dal livello artistico a quello mentale. In un mondo globalizzato dove tutti siamo super collegati e sempre più social-dipendenti. Dove tutti noi senza esso non potremmo farne a meno, ci sentiremo persi, vuoti. La percezione di essere in costante contatto con tutti e di poter guardare in tempo reale gli avvenimenti che succedono in qualsiasi parte del mondo oppure spiare le vite degli altri ci ha munito l’inganno di essere sempre in compagnia. Ma la verità è che soffriamo sempre di più di solitudine. Una solitudine con noi stessi anche in mezzo a molte persone.

Per riempire il senso di solitudine che ci assale faremmo di tutto; soprattutto per colmarlo e per non mostrarlo al resto del mondo. Andiamo persino a letto con persone che non ci piacciono veramente, ci circondiamo di amici con cui abbiamo poco o nulla da condividere per il terrore di rimanere soli, e ingombriamo i nostri profili social con  frasi, foto e video della nostra giornata, per ignorare il baratro che ci sciupa dall’interno. Anche questo è horror vacui, anche questo è un eccesso per colmare la nostra vita. Ma a differenza dell’eccesso nell’arte Gotica o agli ornamenti del Rococò non si esprime una bellezza estetica, ma un vero problema su cui riflettere.

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Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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