Le macchine musicali di Rudy Punzo, quando l’opera prende vita con lo spettatore

Le macchine musicali di Rudy Punzo, quando l’opera prende vita con lo spettatore

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Un viaggio affascinate nello studio di uno scultore jazz che cerca un ordine al caos umano

Antonella Frontani | L’accesso al suo studio è in un cortile bohémien, all’ombra della Mole, nel quadrilatero di Torino dedicato al cinema e alla sua memoria.

Il suo studio sembra una tana, più che un laboratorio, e ogni opera apre il varco di un percorso affascinante quanto conturbante.

Rudy è un artista anarchico, un indomabile dell’arte nella quarta dimensione. Un alieno del conformismo, un ribelle alle regole.

(Foto “Archivio Michelangelo”)

Le sue opere sono definite”macchine musicali” ed è la straordinaria passione per la musica che mi ha condotto nel suo studio in una fredda mattina di sole.

La prima cosa che mi ha colpito di lui è stato lo sguardo: cristallino, diretto, senza filtri. E poi tutto il resto. Gli attrezzi sparsi, le luci disseminate, le opere sparse per la stanza senza un apparente ordine. Apparente, però…

Inizio a contemplare le opere e Rudy mi spiega l’arte secondo lui “L’opera è statica ma chiede l’interazione dello spettatore”. Le prime sculture che mi trovo davanti sono fantastiche costruzioni di oggetti riciclati dotate di ingegnosi meccanismi per la riproduzione di suoni: cupi, acuti, sordi. Tutti magnetici.

La quarta dimensione è quella che prevede l’intervento dell’uomo per innescare il meccanismo, quasi sempre ricavato da una bicicletta. Una manovella è la leva con cui entrare nella quarta dimensione.

Le sculture non hanno forme anonime ma sono quasi tutte riconducibili ad uno splendido animale: uno struzzo, una libellula, un dinosauro. E’ un inno alla vita e alla bellezza della Natura e i materiali sono poveri, rigorosamente recuperati con un’attenta attività di raccolta nel tempo.

Ogni pezzo che compone l’opera entra a farne parte senza alcuna modifica da pare di Rudy ed è straordinaria la sua capacità di intercettare oggetti  riciclati dalle magnifiche forme sinuose che ben si adattano al contesto.

“Come può un artista prescindere dal processo di danneggiamento del pianeta? Come può ignorare il danno che sta procurando al pianeta?” è la domanda che mi pone con un candore che innesca in me un immediato senso di colpa per lo scempio che l’uomo compie sulla Terra.

Involontariamente finisco per fare una domanda idiota: “Queste sono sculture o strumenti? ” chiedo ingnara. “Sono opere musicali,  risponde Rudy con uno sguardo paziente quanto benevolo.

Insisto: “Dunque, quando crei prediligi la forma o il suono?

“Sono azioni inscindibili e non progetto mai un’opera, la invento costruendola”.

Poche risposte e capisco che nessun labirinto di regole conduce l’estro di Rudy. Neppure la rigida tecnica musicale, pur costruendo opere che, dotate di estrose casse armoniche,  producono suoni pieni di poesia. L’armonia per Rudy è un mood caotico, straordinariamente logico.

Il nostro percorso artistico procede nel suo laboratorio sotterraneo, quello che lui definisce Il paese dei Balocchi: ne rimango sedotta immediatamente.

L’accensione della luce nella stanza innesca il funzionamento di quasi tutte le opere in esposizione trasformando quel luogo in un magico mondo musicale.

Le forme… Le forme sinuose delle sue sculture sono magnetiche, accoglienti. “Perché tante curve? Perché escludere gli angoli ?” chiedo immaginando che ci sia un motivo particolare

“Semplice, perché l’angolo è poco funzionale alla costruzione di un meccanismo” risponde con grande, spiazzante semplicità. Mi sento un’idiota, ascolto e contemplo. Finisco per essere attratta da una scultura che ricorda una chitarra e che è dotata di una corda musicale

“Si chiama Jimi” mi precede Rudy ”in onore di Jimi Hndrix…

Vedo, in un attimo, il mondo che l’ha folgorato nella vita di ragazzo: Woodstock.

Le Rudy’s Machine sono state suonate da musicisti?”

“Certo”

“Ha funzionato?

“No, perché un musicista cerca il rigore della partitura. Da allora ho capito che solo io riesco a lasciare il suono delle mie opere in piena libertà”

“Dunque, hai suonato in ensemble con altri musicisti?”

“Sì ma ho smesso. Io non posso seguire l’armonia di un gruppo, è un ambito troppo stretto”

Fantastico. Rudy non conosce confini, né traccia perimetri. Lo spazio aperto è il suo habitat mentale.

“Quando è iniziata la tua ispirazione?”

“Nel momento più creativo della mia vita: la nascita di mio figlio”.

Sono andata via da quello studio felice e un po’ stordita, come tutte le volte che l’arte assolve allo straordinario compito di stupirci.

 

 

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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