Siamo pieni di Pfas

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GD | Si torna a parlare in questi giorni dei PFAS e dell’allarme per le contaminazioni di animali da allevamento, in agricoltura e conseguentemente sugli esseri umani che bevono l’acqua che li contiene.

(Fonte Ministero dell’Ambiente)Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) sono composti organici formati da una catena alchilica di lunghezza variabile (in genere da 4 a 14 atomi di carbonio) totalmente fluorurata e da un gruppo funzionale idrofilico,generalmente un acido carbossilico o solfonico. Le molecole più utilizzate e studiate di questa famiglia sono l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS).

La presenza di numerosi legami carbonio-fluoro conferisce particolari caratteristiche fisico-chimiche come la repellenza all’acqua e ai grassi, la stabilità termica e la tensioattività che le rendono molto utili in un ampio campo di applicazioni industriali e prodotti di largo consumo.

I PFAS sono stati quindi utilizzati a partire dagli anni ’50 come emulsionanti e tensioattivi in prodotti per la pulizia, nella formulazione di insetticidi, rivestimenti protettivi, schiume antincendio e vernici. Sono impiegati anche nella produzione di capi d’abbigliamento impermeabili, in prodotti per stampanti, pellicole fotografiche e superfici murarie, in materiali per la microelettronica.

I composti perfluoroalchilici vengono usati inoltre nei rivestimenti dei contenitori per il cibo, come ad esempio quelli dei “fast food” o nei cartoni delle pizze d’asporto, nella produzione di PTFE(dalle note proprietà antiaderenti) e di nuovi materiali che hanno trovato applicazione in numerosi campi come quello tessile.

Come conseguenza dell’estensiva produzione e uso dei PFAS e delle loro peculiari caratteristiche fisico-chimiche, questi composti sono stati spesso rilevati in concentrazioni significative in campioni ambientali e in organismi viventi, incluso esseri umani.

le situazioni a monte e a valle del sito industriale di Spinetta Marengo(AL). Sono stati effettuati tre campionamenti di macroinvertebrati in diverse stagioni utilizzando substrati artificiali sospesi nella colonna d’acqua per un mese e retini da benthos.

Il calcolo delle metriche STAR_ICMi a livello di famiglia non ha evidenziato differenze significative tra i due siti, come atteso sulla base della classificazione effettuata da ARPA Alessandria, che colloca i due tratti fluviali in classe sufficiente. Tuttavia l’analisi multivariata a livello di famiglia/genere ha evidenziato una maggiore diversità nel sito di monte e la presenza di taxa maggiormente sensibili alle alterazioni ambientali (Efemerotteri, Tricotteri).

Nel sito di valle le densità sono risultate nettamente superiori rispetto a monte, determinate dalle elevate abbondanze di gammaridi, organismi resistenti. Emerge quindi una differenza nella composizione della comunità di valle, che può suggerire la presenza di una pressione. Ciò può essere imputabile alla presenza dello scarico, ma non si può escludere l’influenza dello sbarramento immediatamente presente nelle vicinanze del punto di campionamento di valle.

Similmente, sono state identificate differenze significative fra le popolazioni di monte e di valle del tricottero Hydropsyche modesta sulla base del confronto fra i genotipi ottenuti tramite analisi Amplified Fragment Length Polymorphysm. Anche in questo caso, oltre alla presenza di fenomeni selettivi, alla base di tale osservazione non si può tuttavia escludere un eventuale effetto legato all’isolamento per distanza, o alle differenti caratteristiche ambientali delle due stazioni.

Parallelamente sono state condotte indagini in laboratorio per indagare gli effetti tossici a lungo termine di PFOS, PFOA e PFBS su organismi bentonici modello.

A questo scopo, è stato allestito un test multigene razionale (10 generazioni) su Chironomus riparius (Insetti, Ditteri, Chironomidi) per indagare i possibili effetti su parametri di life-traits, ossia sopravvivenza, crescita, sviluppo e riproduzione. In parallelo sono state studiate anche le risposte a livello genetico, mediante analisi di microsatelliti, per valutare la possibile alterazione della variabilità provocata da erosione genetica, fenomeni di selezione o alterazione del tasso di mutazione.

PFOS e PFOA hanno evidenziato la capacità di ridurre la crescita e lo sviluppo di C. riparius, mentre non sono stati osservati effetti sui parametri di riproduzione. A seguito di esposizione per più generazioni, gli effetti del PFOS sui life-traits sono risultati meno marcati,mentre si è evidenziata maggiore sensibilità al PFBS.

Tutti i parametri genetici indagati indicano il mantenimento di una più elevata variabilità genetica per il PFOS e, in parte, per il PFBS rispetto ai controlli. Ciò può essere giustificato da un incremento del tasso di mutazione dei loci microsatelliti causato dai contami nanti.

L’analisi congiunta di parametri di life-traits e genetici nell’arco delle dieci generazioni ha messo in luce la pericolosità del PFOS, anche a concentrazioni potenzialmente riscontrabili in ambiente. In aggiunta, la risposta dei life-traits al PFOA si è rivelata in alcuni casi simile a quella per il PFOS, con riduzione della crescita e del tasso di sviluppo, ma non dei parametri di riproduzione. Ciò risulta congruente con l’assenza di effetti chiaramente visibili a livello genetico, ma mette in evidenza la potenziale capacità del PFOA dialterare il metabolismo.

Per quanto riguarda il PFBS, l’analisi genetica ha mostrato un andamento simile al PFOS, seppur di minore entità, mentre l’analisi dei life-traits indica un effetto dopo molte generazioni, in concomitanza con lo stress di allevamento; pertanto la sostanza potrebbe rappresentare un fattore di rischio per popolazioni naturali esposte a lungo termine o già fortemente stressate da altre pressioni.

Infine, si sottolinea che una comunità naturale è composta da specie a diverso livello di sensibilità agli stress, pertanto la presenza dei PFAS potrebbe indurre effetti anche più rilevanti rispetto a quanto rilevato per C. riparius.

Partecipanti al progetto Stefano Polesello, Laura Marziali, Marianna Rusconi, Fabrizio Stefani, Sara Valsecchi (IRSA-CNR, Brugherio)Romano Pagnotta, Luisa Patrolecco , Nicoletta Ademollo (IRSA-CNR, Roma) Con la collaborazione di Federica Rosignoli, Michela Mazzoni, Alessio Fumagalli, Simone Bardine.

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Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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