Prélude

Prélude

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Il primo lungometraggio di Sabrina Sarabi, molto ben scritto, diretto e interpretato, trasforma un giovane pianista, in un eroe romantico assoluto

Antonella Frontani | Prélude è un film tragico, disperante, autistico, Bellissimo, direi.

Ambientato nel mondo della musica e dentro ogni suo meandro, il film narra la storia di un giovane, talentoso pianista tedesco che entra in Conservatorio dove inizierà lo studio e la preparazione per un’audizione nella celebre Juilliard School di New York.

Il suo percorso sarà tutto in salita: dall’accoglienza fredda di un’insegnate rigorosa alla mancanza di contatto con gli altri studenti. Dallo stress di uno studio votato alla perfezione, alla disperante consapevolezza di non poter raggiungerla.

Nessuna pietà da parte di insegnanti che, pur consapevoli del suo talento, indugiano nella mortificazione convinti di suscitare una spinta. L’errore fatale che spesso si compie nei conservatori, templi indiscussi, luogo di tortura del talento.

 

La regista tedesca, Sabrina Sarabi, conduce la narrazione del film seguendo il ritmo della musica, soprattuto, quando la musica cessa di suonare. Il sofisticato lavoro del suono  trasforma il racconto in un lungo viaggio musicale, colto e profondo. Non solo arie di Liszt, Beethoven, Ravel, Bach, Chopin ma anche momenti di silenzio in cui sembra dominare il riverbero delle note. Quel silenzio in cui la musica conquista la mente, quello che domina le pause necessarie e scandire una partitura.

L’incessante battere del metronomo rappresenta l’angoscia di un ragazzo che non sa se rinunciare alla sua grande sfida e, nel contempo, il suono di una pallina da ping pong durante una partita con il ragazzo gioca con il suo amico, avversario nella musica come nell’amore.

Le lunghe escursioni del protagonista in locali dove imperversa la musica tecno, stordito da droghe e alcool, diventano la discesa nell’inferno per il suo animo grande, tanto da accogliere le opere dei grandi maestri, ma così fragile da non reggere la competizione né l’impatto con l’amore.

Louis Hofmann interpreta con grande sensibilità David Berger,  il protagonista che riesce a trasmettere, per tutto il tempo, lo smarrimento che lo domina. Paura, incertezza, umiliazione, prostazione, rabbia e desiderio sono sentimenti che l’attore riesce a comprimere in un personaggio così controllato da fare tenerezza.

Il suo dramma sembra avere una matrice autistica quando resta imprigionato in una gabbia di dolore che non sa aprire agli altri.

Non reggerà tanta disperazione, non vedrà altra alternativa che abbandonare la vita.

Il film racconta un dramma con la dignità di rinunciare alla facile commozione. Il rischio, però, è di abbandonare lo spettatore in un vicolo cieco, nell’equivoco insopportabile che la musica sia solo dolore e sacrificio.

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Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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