Se il modello economico distrugge il pianeta

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Le Comunità Energetiche: una risposta innovativa al contenimento delle emissioni

Greta Arfinetti | Competizione e crescita continua sono le parole chiave dell’età moderna ma la Terra è in grado di sostenere questo modello economico?

Angelo Tartaglia, professore di Fisica al Politecnico di Torino, lo nega con forza, affermando che nessuna crescita può essere illimitata in un ambiente finito.

Soltanto pochi giorni fa a Madrid, alla COP 25, è stata ribadita la necessità di ridurre le emissioni di gas serra per limitare l’aumento della temperatura terrestre entro l’1,5° ma, di fatto, occorrerà ridurle del 50% entro i prossimi dieci anni.

«Inoltre – continua Tartaglia – è necessario che i paesi più evoluti si rendano promotori della diminuzione di Co2 per agevolare quei paesi sottosviluppati, come l’Africa ad esempio, che non hanno i mezzi per adeguarsi alla gestione energetica dei paesi occidentali».

Secondo il professore del Politecnico, le diseguaglianze sociali e la competizione sono i presupposti del problema ambientale, perché incentivano un modello economico che sta privando la Terra del suo equilibrio.

Il consumo di energia produce materiali di scarto che, per quanto si cerchi di promuovere le economie circolari, non possono essere del tutto riutilizzati. L’obiettivo è quello di produrre la maggior parte dell’energia attraverso fonti rinnovabili e sprecarne il meno possibile, ma in che modo?

Grazie alle comunità energetiche. L’idea è di creare una rete composta da tanti piccoli produttori che possano scambiarsi l’energia secondo le varie necessità, rimpiazzando le reti gerarchizzate con una sola grande centrale.

La rete servirà a limitare i danni nel caso in cui vi fosse un guasto a un numero circoscritto di nodi e sarà funzionale allo sfruttamento dell’energie rinnovabili, dal momento che sole, vento e acqua sono distribuiti capillarmente sul territorio nazionale.

In Piemonte, un gruppo di comuni del pinerolese ha già firmato per istituire una Oil Free Zone, in modo da autoprodurre e distribuire autonomamente tutta l’energia creata in loco. Entro il 2020 sapremo se il progetto verrà attuato rispettando i parametri del progetto pilota.

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