Il collage di Barbara Kruger contro gli stereotipi di genere

Il collage di Barbara Kruger contro gli stereotipi di genere

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Federica Carla Crovella | 1945. A Newark, nel New Jersey, nasce Barbara Kruger, una delle artiste più affermate nel campo della fotografia di genere.

Si avvicina alla fotografia in bianco e nero nel 1977; due anni dopo però, per la sua arte comincia un nuovo corso e “approda” al collage.

Parte da fotografie estratte da riviste statunitensi o pubblicità risalenti soprattutto agli anni ’50, che vengono prima acromatizzate. Ottenuta la “base” dell’opera, questa viene corredata da frasi che a loro volta spesso arrivano dai media, a cui però riesce a dare un’accezione personale e critica.

Ricorre a parole rivendicative e provocatorie, che anche visivamente creano un forte contrasto cromatico, poiché sull’immagine in bianco e nero utilizza colori come il bianco e il rosso. La brevità delle frasi che accompagnano le fotografie è un retaggio del passato dell’artista; in particolare del suo interesse per la poesia, infatti, partecipò anche a declamazioni di componimenti in versi.

I lavori della Kruger devono tanto alla pubblicità, con cui hanno in comune anche i mezzi di trasmissione e fruizione, come i giornali o i cartelloni pubblicitari lungo le strade, sostitutivi dei luoghi convenzionali deputati alla fruizione di opere artistiche.

Tuttavia, l’arte di Barbara Kruger non è sempre rimasta fuori da gallerie d’arte e musei, ma è “approdata” anche lì, nonostante sia arrivata ben prima nelle ferrovie, nei parchi e lungo le vie trafficate della città.

Contro gli stereotipi e l’oppressione

Contestare è la parola d’ordine dei lavori della Kruger; in particolare, la maggior parte delle sue opere si oppone agli stereotipi di genere e l’oppressione delle donne, ma in alcuni casi parla anche di razzismo, consumismo e ribellione ai rapporti di potere.

L’arte può oltrepassare, smantellare e contestare gli stereotipi di genere: questo ci dice l’artista, veicolando il messaggio tanto con le immagini quanto attraverso le parole, coinvolgendo il fruitore sia visivamente sia mentalmente, portando a una inevitabile presa di coscienza sul tema che mette in evidenza.

Sarebbero troppe le opere da prendere a titolo d’esempio; tre esprimono particolarmente bene la sua volontà di scardinare gli stereotipi di genere vigenti nella società.

Una è intitolata Untitled (We Don’t Need Another Hero), datata 1987. 

Lo stupore ed il gesto della bambina, che avvicina un dito al bicipite del bambino, esprimono l’incredulità davanti alla forza fisica che, secondo le regole imposte della società, a lei è negata in quanto femmina e questo rimanda ai rapporti di potere vigenti tra i due generi secondo lo schema sociale patriarcale. Tuttavia, di contro il lavoro di Barbara Kruger rinvia anche all’opera di Miller, We can do it, in cui tutti ci siamo imbattuti almeno una volta, che rivendica l’emancipazione femminile e la lotta contro gli stereotipi di genere.

Il tuo corpo è un campo di battaglia

Una stampa del 1989 porta il titolo Your Body Is A Battleground , “Il tuo corpo è un campo di battaglia”: viene adottata come manifesto della rivendicazione dei diritti delle donne e come protesta contro l’immagine stereotipata della donna eterea, con cui tutte sono chiamate ad uniformarsi.

Tuttavia, originariamente l’immagine era stata concepita per una particolare manifestazione che si è svolta a Washington nel 1989, per rivendicare il diritto all’aborto.

L’opera raffigura il viso di una donna che si specchia; il volto è diviso in due sezioni, quasi come a simboleggiare un “dialogo da donna a donna”. L’oggetto del “discorso” è il conflitto sul corpo della donna e il valore ad esso attribuito; corpo di cui lei deve riappropriarsi esattamente come per la propria autonomia rispetto alla società. 

La donna perfetta?

Le caratteristiche della donna perfetta, ricca, bella, magra e giovane sono al centro dell’opera intitolata Super Rich, Ultra Gorgeous, Extra Skinny, Forever Young (1997), addirittura amplificate. L’artista evidenzia e contesta l’esaltazione che la società fa di queste peculiarità, necessariamente ed esclusivamente femminili, rispecchiando l’immagine canonica della donna imposta dai meccanismi del consumismo.

Questo ideale è, purtroppo, ancora molto cercato, se non addirittura preteso, e non sembra tramontare; così come i discorsi spesso sterili sull’aspetto fisico delle donne e l’uso che si può fare del loro corpo.

La Kruger rappresenta una donna che si sta sottoponendo ad un trattamento estetico in uso negli anni ’50, che prevedeva l’applicazione sul viso di cubetti di ghiaccio per evitare le rughe. Il ghiaccio simboleggia anche il sacrificio a cui la donna è costretta a sottoporsi per restare fedele ai modelli imposti dalla società; sacrificio che, al contempo, tenta invano di bloccare il normale corso della natura.

Le opere di Barbara Kruger spiazzano e “urlano” messaggi che fanno riflettere; non esprimono ironia, ma sarcasmo sottile e provano ad aprire uno spiraglio nella cultura patriarcale che regola la società.

L’artista sprona il suo pubblico a superare gli stereotipi e stravolgere i modelli imposti; non adottandone di nuovi, ma permettendo alle donne di essere semplicemente quello che vogliono essere.

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