LA  PANCHINA  Stefano Cannistrà

LA PANCHINA Stefano Cannistrà

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di Antonella Frontani

Le letture che ti colpiscono frugando oltre, fuori dagli scaffali delle librerie.

 

Guardare il mondo da una panchina e renderne la visione più profonda.

Ecco cosa mi ha sedotto del libro di Stefano Cannistrà, scrittore perugino al suo esordio.

E’ la curiosità che mi ha spinto verso un’opera di cui avevo tanto sentito parlare e che, in premessa, usa lo stesso aggettivo con cui Rainer Maria Rilke racconta l’amore: smarrito.

E allora è come se nell’universo una forza elementare ridiventasse la madre di tutto l’amore smarrito.

Queste sono le parole del grande poeta che m’ispirarono in passato, le stesse che ho ritrovato nella dedica scritta da Cannistrà sulle pagine bianche di apertura : Ai sentimenti smarriti e alle parole che li raccontano.

Non mi ero sbagliata. Il libro di Stefano è un lungo percorso nel mondo dei sentimenti e in quello intricato e interiore dei suoi personaggi.

Quale osservatorio migliore di un parco che pulsa come un cuore verde nel bel mezzo   di una città, di fronte ad un panorama che ricorda quello dei quadri del Perugino, immerso nel profumo dei tigli, popolato di persone e delle loro ansie che lì cercano riparo?

E’ proprio l’ambientazione il vero protagonista di questa raccolta di bellissimi racconti che l’autore ha sapientemente contestualizzato portando, nell’immediato, il lettore in quel parco, seduto su quella panchina.

Storie diverse che s’intrecciano e si riflettono tenute insieme da una spinta profonda, un moto interiore che parte da quel parco, sfiora l’animo dei suoi protagonisti e affiora su quella panchina come una foglia che, trascinata dal vento, s’appoggia sulle traversine in legno dal colore naturale.

E molto curato lo sguardo di Stefano sull’amore, argomento così grande, difficile da declinare e troppo abusato per non rappresentare un grande rischio, soprattutto per un’opera prima. Invece, è stato bravo a contenere lo slancio che porta alla deriva, la banalità che appiattisce ogni proposito.

Ciò che più mi ha colpito è stata la precisione con cui ha scandagliato, curato e difeso anche il mondo femminile esplorandone, palmo a palmo, la complessità, tutte le sfumature e ogni fragilità. Non è operazione facile per un esordio di sesso opposto e a Stefano riconosco, e invidio, quella capacità di entrare in ascolto che hanno i bravi scrittori.

Allineata a questo fluire della scrittura è la sua scelta di usare dialoghi succinti e intensi, potenti come tutte le cose non dette. Ben cadenzati delle pause necessarie a dare corpo alle parole. Bellissimi i passi di prosa che indugiano nel mondo interiore dei suoi protagonisti con l’intenzione di raccontarne le emozioni, proprio come fa l’aria di un’opera lirica che si alterna ai recitativi. Come in questo passo:

 

Questa era la sua arte, la pazienza di lasciarsi trasportare dal fiume nel suo scorrere impetuoso fino alla pianura, dove la corrente diventa più lenta e il suo letto si allarga, l’acqua dolce si mischia a quella marina e il navigare diventa lieve mentre il mondo si confonde con il mare, riconciliando cuore e giudizio.

 

Stefano deve continuare a scrivere, dare eco al suo talento.

Deve provarci, non perdere l’obiettivo perché, come dice lui: ” Ciò che perdi ti insegue sempre”

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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