Coronavirus: la prevenzione non si fa con la vitamina C

Coronavirus: la prevenzione non si fa con la vitamina C

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Molte volte in caso di influenza ci siamo sentiti dire: «devi assumere vitamine, fatti una spremuta d’arancia». Ma vale anche per il coronavirus?

In queste ore, tra le tante bufale che stanno circolando su WhatsApp riguardo al virus c’è anche un messaggio che prescrive di assumerne un grammo al giorno di vitamina C per prevenire il contagio.

Il messaggio in un certo senso mette il coronavirus sullo stesso piano di una comune influenza e la fonte potrebbe sembrare affidabile, dato che pare si appoggi a una sperimentazione che sarebbe partita negli ospedali lombardi.

Ecco il messaggio:

«Buongiorno a tutti. Scusate, allora le mie notizie invece riguardano la salute. Sono arrivate adesso le notifiche a noi ospedalieri dal San Gerardo di Monza, dal Policlinico, dal Sacco, insomma gli ospedali quelli più impestati, facciamo prima a dir così. Allora, è efficacissima la vitamina C sui pazienti già affetti da coronavirus. La stanno usando come terapia e i pazienti rispondono benissimo. Quindi, assunzione di vitamina C anche come a scopo preventivo nell’ordine di 1-2 grammi al giorno. Come fare? Sicuramente una spremuta di arancio, limone e un kiwi al giorno se si utilizza l’alimentazione ma supplementato da una compressa da 1 grammo di Cebion, vitamina C che trovate nelle parafarmacie o nelle farmacie. Mi raccomando, questa cosa divulgatela il più possibile. Vitamina C a tutti quanti, bambini, adulti e soprattutto anziani nell’ordine di 1/2 grammi al giorno. Ciao».

La notizia non ha alcun fondamento; l’unico risultato che porta è la disinformazione e il nutrimento di false speranze per la popolazione, anche se la notizia è già stata ampiamente smentita.

Oggi a Deejay 6 Tu il dottor Lorenzo Piemonti, responsabile del Diabetes Research Institute dell’ospedale San Raffaele di Milano, è intervenuto per spiegare perché gli effetti benefici della vitamina C non sono comprovati sul coronavirus e la notizia non ha reali basi scientifiche.

«Non c’è nessuna evidenza che la vitamina C ci protegga», ha detto. Ha precisato che «esiste uno studio in corso in Cina sull’utilizzo della vitamina C per la terapia di questo virus ma si sta parlando di utilizzarne 24 grammi in endovena», ha chiarito anche «non sappiamo neanche se funzioni questo. Dovremo aspettare settembre, perché questo è il corso dello studio, che è stato fatto su 140 pazienti».

Immunità di gregge anche per il Covid19?

Inoltre, ha spiegato che in questo caso non si può parlare di “immunità di gregge”. Fenomeno per cui, come spiega la Fondazione Umberto Veronesi, «una volta raggiunto un livello di copertura vaccinale (per una determinata infezione) considerato sufficiente all’interno della popolazione, si possono considerare al sicuro anche le persone non vaccinate.

Il motivo è chiaro. Essere circondati da individui vaccinati e dunque non in grado di trasmettere la malattia è determinante per arrestare la diffusione di una malattia infettiva. La soglia minima dell’immunità di gregge varia a seconda dell’infezione infatti i vari patogeni hanno differenti indici di contagiosità.

«Ma – dicono ancora dalla Fondazione – per le infezioni più diffuse, contro cui si vaccina, è possibile considerare al sicuro l’intera popolazione quando almeno il 95 % di essa risulta vaccinata».

Lorenzo Piemonti ha precisato che nel caso del coronavirus la soglia di popolazione immunizzata è troppo bassa: «Non si può parlare in senso stretto di immunità di gregge in questo caso, perché c’è una parte di popolazione che potrebbe aver sviluppato gli anticorpi contro il virus, anche in modo asintomatico, ma sicuramente non tocca il 95%».

Ha ribadito, però, che si può creare un’immunità di gregge di tipo comportamentale: «non entrando in contatto tra noi, restando protetti e non rischiando la trasmissione del virus».

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