Lucrezia Borgia, esempio di stereotipo vacillante

Lucrezia Borgia, esempio di stereotipo vacillante

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Federica Carla Crovella | Se si cerca un personaggio che incarni uno stereotipo, di certo Lucrezia Borgia è una scelta appropriata. La cosiddetta “leggenda nera” che si è diffusa sul conto della casata non l’ha certo risparmiata, ma la raffigura come donna bellissima, seducente, crudele, cinica e assassina. In una parola la femme fatale.

Ad alimentare la sua fama negativa sono stati molti, a partire dai suoi contemporanei; in particolare, gli avversari politici della famiglia non sono stati benevoli. Si pensi al Guicciardini, che la definì amante del padre e dei fratelli.

Infatti, una delle leggende più infamanti sul suo conto, oltre a quella di omicidio per avvelenamento, la vuole avvezza agli amori incestuosi. Questa calunnia arriva dal primo marito di Lucrezia, Giovanni Sforza, probabilmente accecato dalla rabbia per essere stato tacciato di impotenza, dato che il matrimonio non venne consumato.

Indubbiamente, l’attendibilità di certi giudizi è relativa; di certo fu vittima del suo cognome, durante e dopo l’ascesa della famiglia. La sua rappresentazione negativa non si arresta, ma prosegue fino all’ Ottocento, quando nel 1833 Victor Hugo, uno dei maggiori “promotori” dell’immagine di Lucrezia assassina, rappresentò per la prima volta il dramma teatrale dal titolo Lucrèce Borgia.

In quest’opera, la protagonista assume il ruolo ambivalente di boia e vittima: nella prima parte ammette di essere stata trascinata dall’esempio della sua famiglia e afferma di volersi riscattare dalla sua fama.

Poi, nell’ultima scena del primo atto, quando viene aggredita con accuse e insulti dagli amici di Gennaro, suo presunto figlio, lei si difende avvelenandoli; confermando così la sua nomea di assassina. Nell’ultima scena Lucrezia verrà uccisa da Gennaro stesso, ignaro del legame che li unisce. Solo in punto di morte Lucrezia gli rivelerà di essere sua madre, ma il sentimento che prova è ambiguo, carnale e materno allo stesso tempo, e questo “alimenta” l’accusa d’amore incestuoso. Il dramma teatrale di Hugo ispira il melodramma dal titolo Lucrezia Borgia, musicato da Gaetano Donizetti e composto da Felice Romani, che però modifica il finale e fa morire anche Gennaro per avvelenamento.

Nel 1837 Alexander Dumas scrisse una cronaca intitolata I Borgia, in cui al centro pose non tanto Lucrezia, quanto più in generale la famiglia. Tuttavia, quando nell’opera viene messa primo piano la figlia di Papa Borgia, la descrive sempre intenta a soddisfare la sua lascivia o la sua sete di vendetta; più di rado la presenta come strumento per le alleanze politiche stabilite dal padre e dal fratello.

Si sono spese tante parole su questo personaggio, anche per riabilitarlo; in particolare tra la fine dell’Ottocento e il Novecento sono stati molti i tentativi di smentire la “leggenda nera”, a seguito dei quali inizia una progressiva riabilitazione di Lucrezia e, di conseguenza, lo stereotipo “perde l’equilibrio”. Chi ha tentato questa strada è partito dal presupposto che fu una vittima; la indussero in errore gli esempi di libertinaggio e scelleratezza che le arrivarono dai suoi stessi famigliari, ai quali non poté sfuggire.

Il primo tentativo è dello storico tedesco Ferdinand Gregorovius, che nel 1874 ha provato a scrivere una biografia equilibrata di Lucrezia, distinguendo tra menzogna e realtà, con cui ha precisato di non voler fare un’apologia, ma avvicinarsi con rigore alla storia e ai documenti.

Frederick Rolfe, più noto con lo pseudonimo di Baron Corvo, a inizio ‘900 con il suo Cronache dei Borgia ha presentato la casata nella sua dimensione più umana, e quindi anche Lucrezia, tenendola però un po’ in secondo piano.

Solo nel 1939 Lucrezia Borgia di Maria Bellonci ha realmente riabilitato la figlia del Papa. L’autrice ha spostato per la prima volta l’indagine dal periodo della giovinezza romana a quello della maturità ferrarese; la Borgia comincia quindi a essere conosciuta come la duchessa di Ferrara e studiata nel contesto della corte estense. L’obiettivo di Maria Bellonci era ricostruire l’identità della protagonista alla luce del suo tempo, attraverso un lavoro accurato e rigoroso sulle fonti dirette, di prima mano, non limitandosi ad uno sguardo sommario su quanto già era stato detto; per fare questo si appoggia a molte lettere inedite reperite nell’archivio di stato segreto Vaticano o negli archivi di Milano, Modena, Mantova e Firenze. L’autrice è molto attenta ai risvolti psicologici e privati della protagonista, con l’intento di restituire a Lucrezia quella dimensione di donna che le è stata tolta in favore di quella di assassina. Soprattutto per le modalità con cui ha lavorato, ancora oggi l’opera di Bellonci è tra tutte la più autorevole.

Nel 2014 è uscito La figlia del Papa, un romanzo che porta la firma di Dario Fo e ha contribuito alla riabilitazione di Lucrezia. Sia rispetto al libro di Maria Bellonci, ma soprattutto in rapporto alle opere precedenti, Fo mette al centro la diretta interessata, anche a discapito di considerazioni di carattere storico-culturale e delle vicende di altri personaggi, che sono trattate in modo più marginale.

Anche in questo caso, l’autore ha dato maggior attenzione al periodo ferrarese della Borgia, ma più che un radicale cambiamento del personaggio, ha messo in evidenza come è cambiato lo sguardo degli altri personaggi su Lucrezia. L’obiettivo di Dario Fo era proprio contribuire a mettere il personaggio sotto una luce nuova, creando il giusto equilibrio tra realtà e finzione, ma cercando di non alterare eccessivamente i dati storici. Certamente però, il suo non è un saggio storico, ma un’opera con una finalità più divulgativa; infatti, è un romanzo scritto in forma di testo teatrale, pensato inizialmente per la recitazione.

L’immagine negativa di Lucrezia ha trovato nuova linfa in varie serie televisive e alcune rappresentazioni cinematografiche, che hanno accentuato gli aspetti più oscuri della vita dei Borgia, e quindi trasformato le maldicenze in verità da trasporre sullo schermo, appoggiandosi alle ricostruzioni tendenziose impregnate di eros e morte; del resto, come avrebbero altrimenti potuto assicurarsi il favore del grande pubblico? La più nota serie televisiva è probabilmente quella del 2011, “The Borgias”; tra le rappresentazioni al cinema c’è ad esempio Lucrezia Borgia del 1910 con Maria Gasparini o Le notti segrete di Lucrezia Borgia del 1982.

L’ultimo libro su questo personaggio alquanto discusso è Le due vite di Lucrezia Borgia firmato da Andrea Santangelo, storico e archeologo, e Lia Celi, scrittrice, giornalista, autrice televisiva.

Due ambiti e due tipi di scrittura diversi, che si sono uniti con l’obiettivo di contribuire a dissipare la confusione che ancora persiste su Lucrezia e negare lo stereotipo classico che le è stato attribuito.

Infatti, si tratta di un libro storicamente rigoroso, che non vuole ritrarre una dea del sesso avvelenatrice, ma osservare questa figura in modo veritiero. A confermarlo è il punto di partenza del libro stesso, per cui gli autori hanno scelto un dato che “sa di polvere e archivio storico”; ovvero la ciocca di capelli di Lucrezia conservata alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, che, lei stessa avrebbe inviato all’amante Pietro Bembo con una lettera.

Da qui si avvia la biografia, che si concentra anche in questo caso più sul periodo ferrarese e meno su quello romano e quindi mette in risalto la forza, la resilienza e la fama positiva del personaggio. Nel fare ciò, gli autori parlano anche alle nuove generazioni e non unicamente agli addetti ai lavori.

 

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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