“Non sto scappando, sto tornando a casa”

“Non sto scappando, sto tornando a casa”

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di Matilda Pala

Con l’inizio della fase 2 ci siamo trovati davanti all’illusione di un ritorno alla normalità: chi da un lato sente la voglia irrefrenabile di tornare alla vita di tre mesi fa, chi dall’altro è consapevole delle limitazioni che siamo ancora costretti a vivere. Una cosa è certa, secondo il nuovo dpcm del 26 aprile il rientro presso il proprio domicilio, residenza o abitazione sono permessi in qualsiasi caso, consentendo così lo spostamento tra regioni diverse. Cosa significa viaggiare in questo particolare momento storico? Come cambia l’approccio al viaggio? Con uno sguardo attento, grazie alle indicazioni del Professor Paccagnella dell’Università di Torino, abbiamo affrontato un trasferimento sociologicamente interessante in treno da Torino a Milano.  

Ore 7:50. Entrare in stazione

La stazione di Torino Porta Nuova ce la ricordiamo piena di persone, di pendolari che ogni giorno attraversano la hall guardando lo schermo del telefono concentrati in comunicazioni di lavoro e di viaggiatori sempre in ritardo, quelli che rincorrono il tempo sfrecciando nelle stazioni con le valigie precariamente appoggiate alla spalla. 

Viaggiatori che hanno una storia da raccontare, che collezionano i biglietti, che sanno che il treno farà ritardo, ma sperano di non perdere la coincidenza. 

Poi ci ricordiamo gli innamorati che si danno l’ultimo bacio prima della partenza.

Il tempo scorre veloce e le persone guardano l’orologio continuamente in quella che è una rincorsa continua di un tempo che non basta mai. 

Dai primi di marzo nelle stazioni la vita si è fermata e con essa i viaggi frenetici, le coincidenze, gli incontri. È come se il tempo si fosse bloccato, dilatato. Le azioni che prima davamo scontate, che meccanicamente ripetevamo ad ogni viaggio, ora hanno un peso diverso. 

La stazione è quasi vuota, spettrale: ha cambiato forma e spettatori. 

Ora all’ingresso ci sono due camionette della polizia e i viaggiatori si addentrano in stazione con lo sguardo basso, come assorti in pensieri nuovi. 

Ore 8:20. La chiamata per i controlli

Nella desolazione e nel silenzio si cerca di cogliere i gesti e gli sguardi di chi, aspettando l’uscita del binario, osserva i tabelloni delle partenze. 

Ognuno pensa alle motivazioni che lo hanno portato lì, all’attesa di un viaggio che potrebbe non avere alcuna destinazione, perché interrotto ancor prima di iniziare.  

Ora è l’autocertificazione a parlare per noi, un documento dove l’affetto non è contemplato, dove i congiunti sono solo gli affetti stabili, dove una spunta su una casella determina l’affezione che si prova, dove non c’è spazio per spiegare la propria vita, chi si è, cosa si è fatto. Si diventa così automaticamente un numero, un documento da verificare e controllare. 

Partire non è semplice, bisogna seguire linee predefinite, dalle semplici gincane create con le transenne alla serie di controlli che precedono l’accesso al binario. 

Sono ben tre i check-point da superare.  

Al primo un ufficiale di polizia guarda l’autocertificazione e ne verifica la validità controllando i documenti. Al secondo essa viene ritirata e viene fatta una foto alla carta d’identità. 

Infine viene richiesto al passeggero quale sia la sua destinazione al fine di collezionare precise informazioni riguardo agli spostamenti in questo particolare momento.

Gli sguardi degli agenti sono duri, fissi e le parole sono dosate e schermate dalla mascherina. 

Il tono è freddo, autoritario e non lascia trapelare alcuna emozione. 

Le espressioni non si possono scorgere, coperte ormai da mascherine chirurgiche che proteggono non solo da un virus, ma da qualsiasi genere di interazione.    

Il viaggio diventa una semplice crocetta su una destinazione, un’informazione utile a fornire dati.

Si riduce a un’analisi eliminando tutto ciò che vi può essere di umano, come l’assenza del semplice augurio di fare buon viaggio. 

Ore 8:25. Salire sul treno 

L’atto comunicativo rende l’uomo capace di confrontarsi, di comprendere le intenzioni del proprio interlocutore. Ecco che ora dobbiamo porre più attenzione alla comunicazione non verbale, a come vengono mosse le mani, gli occhi, il corpo, a come sono state ridefinite le distanze.

Prestando attenzione alla prossemica (disciplina semiologica che studia i gesti, il comportamento e lo spazio e le distanze all’interno di una comunicazione sia verbale che non verbale), come suggerito dal Professor Paccagnella, notiamo che le distanze tra le persone all’interno di uno stesso luogo sono nettamente aumentate, sia per il rispetto delle norme in ambito di distanziamento sociale obbligatorio sia per la paura di queste ultime ad entrare nella sfera di influenza di qualcun altro.   

La comunicazione tra i viaggiatori è inesistente. 

I cellulari che suonano, le conversazioni ad alta voce e il vicino di posto che ascolta la musica ad alto volume rimangono un ricordo. Tutto ciò che prima era visto come spiacevole, fastidioso ora ci manca. Nei vagoni regna il silenzio. 

Ore 8:40. La partenza 

Una volta partiti si affronta un viaggio solitario e introspettivo da una stazione spettrale ad un’altra. 

Ciò che ci sembrava normale ora non lo è più e guardiamo con sospetto chi non porta la mascherina e chi non rispetta le distanze e le norme di sicurezza, come il controllore che ha appena chiesto i biglietti. Non ha la mascherina.

Gli si vede il sorriso e le rughe di espressione che, partendo dagli occhi si prolungano per tutto il volto, ora si congiungono e hanno un senso. Un’espressione limpida, facilmente interpretabile. 

Ore 9:00. Il viaggio

Siamo passati dall’essere solamente i giudici di noi stessi ad osservare meticolosamente i movimenti degli altri. Non c’è interazione, non ci sono sorrisi, non c’è solidarietà. 

Non c’è nessuno che ti aiuta a sistemare il bagaglio nella cappelliera, bensì chi si ferma ad almeno un metro di distanza aspettando pazientemente di poter passare. 

La pazienza è la nuova virtù che si è rafforzata con la diffusione del virus. 

Ora siamo tutti più attenti, comprensivi e concentrati sui movimenti delle altre persone cercando di prevedere ogni minima mutazione, che prima sarebbe stata impercettibile e assolutamente trascurabile. Nessuna voce segnala le prossime fermate e le stazioni sul tragitto scorrono rapide. 

Si scorgono binari abbandonati, panchine ricoperte di nastro e banchine vuote.

Ore 10:15. L’arrivo

Dopo due mesi di isolamento cosa significa quindi viaggiare?

Viaggiare diventa un atto introspettivo promosso da un silenzio spettrale del tutto innaturale.  

Il tempo si dilata infinitamente permettendo di cogliere ogni minimo dettaglio e la pazienza dei viaggiatori ha sostituito la frenesia.

Si percepisce il timore, la paura che qualcosa possa andare storto e il desiderio di tornare a casa, a lavoro, dal proprio compagno. 

Come ha detto la ragazza in fila per i controlli: 

“Anche se può sembrare una fuga non sto scappando, sto solo tornando a casa”.  

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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