Madrigale senza suono

Madrigale senza suono

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Maria Ausilia Di Falco

Lasciatevi spogliare da questo libro.

È il 1960. Un uomo sta compiendo un’impresa titanica: costruire un monumento a qualcuno. È Stravinskij. Compone il Monumentum pro Gesualdo di Venosa.

Gesualdo da Venosa se lo porta sempre dietro, nelle orecchie, negli spartiti, nella pancia, nelle pagine di un diario (apocrifo forse sì, forse solo la storia lo sa) che sta leggendo. Sono gli appunti di Gioachino, servo fedele del Principe di Venosa, che narra la Cronaca della vita del suo padrone.

Ora, provate essere Maria D’Avalos, cugina e poi moglie di Gesualdo, in abiti cinquecenteschi.

Toglietevi la gamurra (abito) e ascoltate

Gesualdo da Venosa, prima di plasmare un suono, immaginava le voci. Con tante voci insieme costruiva madrigali.

Stravinskij dove Gesualdo immaginava voci, mette strumenti. Con tanti strumenti insieme costruisce madrigali senza voce.

Se con voce intendiamo suono, questi madrigali diventano madrigali senza suono. A meno che il compositore non sia così geniale da avvicinarsi alla voce, al suono originario, sfruttando tutte le doti di uno strumento, anzi di un’orchestra intera.

E questo fa Stravinskij: prende tre madrigali di Gesualdo e li mette in orchestra.

Ma che cosa è un madrigale?

Prendiamo in prestito una delle opere più conosciute del Principe, “Io tacerò” e analizziamola. Tranquilli, non è noioso. In questo libro tutto si respira tranne che aria da accademia.

Gesualdo prendeva 3, 4, 5 voci singole e partendo dal basso, risalendo ai tenori, al contralto fino al soprano, le cantava.

Poi le sovrapponeva, proprio come fa un calzolaio che incolla su una suola, la soletta, poi la tomaia, la fodera e cuce una scarpa.

L’unione di più voci dà vita alla poli-fonia. Di cui Gesualdo era Maestro, in senso moderno, progressista, puro.

Lui metteva i suoni su una tastiera, che per lui poteva essere un organo da tavolo, un clavicembalo, una chitarra, un arciliuto. Prima li suonava separati, con un dito solo per intenderci, poi li sovrapponeva, usando tutte e 5 le dita e le due mani insieme, facendo venire fuori quello che chiamiamo accordo.

In quanto a fascino, niente a che vedere questo suono con la voce.

A meno che non siate Stravinskij, che raccoglie questo stile –nessuno dal Cinquecento al XX secolo ci era riuscito MAI- composto da sovrapposizioni di suoni, ritmi audaci, cromatismi esasperati e gli regala un linguaggio contemporaneo, riuscendo a restituire in chiave moderna le atmosfere della dimora di Gesualdo, fatta di boschi enormi, panorami campagnoli, pace esteriore e tormento interiore. Lui, che si affacciava su città enormi, sui panorami della Russia o degli Stati Uniti.

Toglietevi adesso la faldiglia (sottana)

Il madrigale non era solo voce cantata. Era lingua. Gesualdo giocava a comporre e ricomporre versi, inventandoli o prendendoli in prestito da Tasso o da altri poeti e a seconda del suono di questi versi creava contrasti, inceppi, associazioni con le note. Poi li incastrava nella partitura, li faceva entrare in tempi diversi, li faceva sfiorare e poi toccare finché all’orecchio non ne veniva fuori il suono unico del Paradiso.

E qui entra in scena Tarabbia, l’autore del libro Madrigale senza suono, che allo stesso modo gioca con parole e musica e plasma una materia antica restituendoci letteratura moderna. A Gioachino, fa dire: «la musica cominciò, il giardino si piegò alle note dei madrigali del mio padrone: egli dava, con il suo liuto, la tonalità esatta, e poi lasciava che le voci delle cantanti si inseguissero sopra le parole … le mani di Carlo fecero vibrare le corde, e subito le cinque voci intonarono il primo verso di “Baci soavi e cari” e io mi chiesi se, da dentro il piccolo spogliatoio dove Maria attendeva, e forse, già si slacciava il corsetto, ella sentiva la voce di suo marito cantare:

Baci soavi e cari

Cibi de la mia vita».

Toglietevi pure la gonna

Vedete: Gesualdo più mette suono, più toglie il superfluo. Le nostre orecchie, il nostro corpo non hanno bisogno di altro che la purezza. E a poco a poco resta solo pelle.

Stravinskij non infarcisce Gesualdo di ricami e abbellimenti altri, spoglia il linguaggio musicale lasciando agli strumenti la libertà di parlare dal profondo della loro anima.

Lo fa, partendo da melodie sparse, semplici, che sanno di Venosa sgualcita tanto quanto di Russia liscia e che sperimenta al pianoforte con quelle stesse 5 dita che usava Gesualdo, come fosse un esercizio. Così.

Poi le fa diventare miniature, le spalma sui timbri di ogni strumento dell’orchestra. E un esercizio dopo l’altro, applica le regole ai madrigali e a quasi ottant’anni costruisce il Monumentum pro Gesualdo di Venosa.

Tac. Meraviglia.

Andrea Tarabbia quando ci racconta questa storia, non cerca di spiegarci le cose. Ce le fa vedere, poi ce le mette addosso e poi ci spoglia del superficiale, lasciando solo l’essenziale.

Ma c’è di più.

Qui slacciatevi il corsetto

Tra le voci e i suoni, in mezzo c’è la vita. E in tutta questa meraviglia, le mani di Gesualdo sono le mani di un assassino.

Siete rimasti nudi

Sì, così va la vita, a volte. “La felicità domestica” può sfaldarsi, Tarabbia ce lo dice come Tolstoj nel romanzo omonimo. La vita rimane sempre orfana. Dalle finestre fredde d’inverno arriva un po’ di luce come un amico di famiglia, a scaldarci. E poi se ne va. Il rapporto tra Gesualdo-uomo e Gesualdo-musicista, tra Gesualdo e la cugina-moglie, l’innamoramento, poi la vita coniugale, la casa, i giorni che diventano spartito scritto con dita sporche di sangue, è una cronaca annunciata, comunque si principi, nella fine c’è sempre il verme.

Dove inizia il genio e finisce il tormento, non si sa, non ci è dato sapere. Tarabbia indaga la vita, ci mette in crisi e il Principe vero di questo romanzo non è Gesualdo ma il Dubbio. Non avremo mai risposte.

Il rapporto tra il male e il miracolo che da esso nasce è un’indagine che resta con la porta aperta. Se il miracolo nasce, certo. Perché non è detto che dal male nasca sempre un miracolo.

L’unica certezza che abbiamo è che la scrittura, sia che essa sia musicale o letteraria è un demone.

Se il libro di Tarabbia fosse un colore sarebbe l’impasto di arancione che avvolge le città italiane del sud: carnale, fecondo, circolatorio come il sangue, armonico. Un libro che sa di torta alle carote.

Come in cucina, l’autore, ha preso parole, frasi, virgole:

occhi meridionali

fame antica,

odore del fuoco che muore

e ha composto pagine, impastando sul foglio come dentro a una ciotola, come Gesualdo e Stravinskij impastavano sullo spartito, e facendole diventare una sinfonia. No, no, un madrigale.

E così, a voi che avete ascoltato e vi siete denudati per accogliere il verbo, il suono, è concesso di vedere la verità da miliardi di anni farsi lampo. Parola di Battiato.

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