Quando l’autoritratto diventa malattia: il caso Rembrandt

Quando l’autoritratto diventa malattia: il caso Rembrandt

Share

Federica Carla Crovella

Oggi c’è chi non può fare a meno dei selfie, nel 1600 c’erano gli autoritratti. Immortalare sé stessi, che sia in una fotografia o su una tela, certamente è un modo per raccontarsi e raccontare alcune fasi, momenti, situazioni della propria vita. Però, indubbiamente, se quest’abitudine è portata all’estremo sfocia nella patologia.

Il narcisismo patologico è una malattia molto moderna, ma stupirà scoprire che era diffusa già secoli fa, in forma diversa. Il pittore olandese Rembrandt Harmenszoon van Rijn (1606-1669) è un esempio, ed era già un caso che oggi definiremmo patologico.

Sappiamo che in più di quarant’anni di vita ha dipinto sé stesso più di settantacinque volte, in modo sempre diverso, spesso slegandosi da canoni e regole precise e prescritte dalla pittura del tempo, ma seguendo essenzialmente sé stesso. I primi autoritratti risalgono a quando era ancora ventiduenne. Se all’inizio, nel tratto del suo pennello si intravede un po’ di timidezza e una velata insicurezza, quasi a non volersi mostrare troppo, man mano che il tempo passa e crescono le sue abilità e anche la sua notorietà, il tratto si fa più sicuro, deciso e anche autocelebrativo.

L’autoritratto è sempre stato il fil rouge della sua opera artistica, nonostante poi si sia affermato non solo per i dipinti in cui sceglieva di ritrarre la propria immagine.

Una vita raccontata per immagini

Nei primi anni della sua carriera spesso si ritraeva in una veste che non era la sua: usava diversi abbigliamenti con cui sceglieva di personificare tanti soggetti diversi, ad esempio il soldato, il mendicante o il principe. Probabilmente l’ispirazione arrivava da ritratti di artisti celebri delle stampe del Cinquecento.

Nella maturità, e poi ancora di più nella vecchiaia, i personaggi cedono il passo a Rembrandt artista e il pittore si mette a tutti gli effetti al centro dei propri dipinti.

Indubbiamente, dentro i suoi ritratti si riesce a seguire il riassunto della vita dell’artista e la sua evoluzione anche fisiognomica, oltre che una continua autoanalisi psicologica, più o meno volontaria.

Dal ragazzo giovane e imberbe dalle facce buffe, si passa agli autoritratti che cercano di impersonare qualcun altro, sebbene al centro metta sempre sé stesso in modo quasi ossessivo, e si arriva al pittore maturo e poi anziano, stanco, ma sempre fedele alla propria arte. Negli ultimi dipinti si ritrae spesso nella sua veste più congeniale, cioè quella dell’artista nell’atto di dipingere, con la tavolozza e i pennelli.

Come avviene a chiunque scelga di esprimersi attraverso una qualche forma d’arte, dai suoi autoritratti trapelano anche le emozioni. In alcuni, ad esempio, si nota una velata inquietudine; stando alle date dei dipinti probabilmente da attribuire alle tragiche vicende che segnarono la sua vita dopo il 1656, come la morte della moglie.

Ecco alcuni dei suoi autoritratti

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo di posta elettronica non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono segnalati con *