L’abbraccio di cui avevo bisogno

L’abbraccio di cui avevo bisogno

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Maria Ausilia Di Falco

Si ha sempre bisogno di abbracci.

A quasi fine anno poi, c’è un certo bisogno di abbracciare l’anno passato che muore per potere iniziare quello nuovo. Che muore sì, perché se l’anno vecchio non muore, quello nuovo non può nascere.

Fa strano parlare di morte? Nel 2020, l’anno della pandemia, dello sconvolgimento degli equilibri, della tangibilità dei cambiamenti repentini e definitivi, perché dovrebbe ancora rappresentare un tabù, la morte? E soprattutto perché se si dice morte, si pensa ai morti? Lasciamoli stare i morti, hanno il loro da fare.

Io se dico morte, penso alla vita. Se realizzo che ogni cambiamento è una piccola morte, mi viene voglia di vivere al meglio quello che ho qui e ora prima di perderlo.

Se qualcuno mi chiedesse qual è la colonna sonora della tua vita? risponderei senza pensarci due volte: il Requiem di Mozart. Vi starete chiedendo come fa un Requiem a fare da colonna portante di una vita. Lo fa.

Lo fa quando al mattino presto mi accompagna a uscire da casa e combattere il freddo e adesso anche il nemico invisibile, il Virus. Lo fa quando devo accorciare la pesantezza di una giornata. Lo fa quando voglio essere consolata. Lo fa quando ho bisogno di concentrazione per studiare o di ispirazione per suonare, e scrivere.

È strano: c’è un’energia fortissima nel riflesso della morte e si manifesta nelle nostre giornate rendendoci più vivi.

Basta pensare a Rainer Maria Rilke, che nel suo Requiem, pur parlando di quattro persone morte, coi suoi versi strappa a morsi la vita, la brama, la descrive e ci abbraccia: la morte è solo un mezzo implacabile per farci conoscere, e renderci familiare, anche il lato dell’esistenza che da noi si distoglie.

Se leggo una poesia al giorno è perché so che ogni giorno mi arriverà un abbraccio diverso e non sarò mai sola. Quello che non sapevo era che l’abbraccio di Rilke era quello di cui avevo più bisogno.

Ho bevuto le sue poesie tutte d’un sorso. / Le ho guardate attentamente, ogni pagina un mosaico d’oro opaco. / Ogni poesia un quadro di Schiele. / Ogni verso olio su tela di note di Mozart.

Ho letto le sue poesie come se fossero una lunga lettera indirizzata proprio a me. E come tale, mi piace pensare di rispondergli con queste righe -ne siate voi i testimoni:

«René, caro. Rainer, Maria. O se vogliamo Karl, Wilhelm, Johann. Josef. Come vuoi essere chiamato?

Le tue parole mi giungono calde di sole, come se venissero dal Sud. I tuoi versi hanno i colori del tramonto e dell’alba insieme, sono leggeri come la brezza che viene dal mare. Sono una cosa che assomiglia alla poesia anche per chi la Poesia non so cosa è. Ma non c’è bisogno di saperlo, con te. Come non c’è bisogno di dare un nome oggettivo alle cose, con te.

Tu non dai nomi, disegni forme. Dici che le cose si trasformano pur restando incomplete.

Non c’è colpa nell’incompletezza.

È bello esistere in un tempo incompleto che nasce, cresce e passa. E in questo passaggio, riuscire il più possibile a strappare il Poi dal Prima ed Essere, qui e ora.

Sulle tue pagine ballano gli occhi, balla il cuore. Ballo io.»

Questa edizione del Requiem, uscita l’ultimo mese del 2019, calza a pennello anche a fine 2020 perché se parliamo di fine, della fine di un periodo che tutti abbiamo urgenza che finisca, allora possiamo solo decidere di ri-iniziare meglio. Finire per ricominciare. Cambiare per migliorare. Morire per vivere, di nuovo, ancora. È un ciclo infinito, come le note che ascoltiamo nel Requiem di Mozart.

Nella sua musica c’è qualcosa di perturbante, come perturbante è il tono con cui Rilke si rivolge a noi. Perché entrambi avvertono il mondo come una grande famiglia ma anche come qualcosa di immensamente estraneo.

Io, che sono la straniera per eccellenza, incarno in pieno il paradosso del perturbante, sono unheimliche.

Batta un colpo tra voi, chi come me percepisce vivo un oggetto inanimato e morto un oggetto animato.

Chi come me sottrae queste otto cause alla ragione e,

scambia:

una bambola per vera;

e crede:

agli episodi di trance,

nei doppi (gemelli compresi),

nelle coincidenze,

in chi è sepolto vivo o in chi è vivo in stato di morte apparente,

che chi è cieco può vedere al di là;

e sogna a occhi aperti;

e dorme da sveglio.

Se vi ritrovate in almeno tre di queste otto cause, allora siete anche voi unheimliche.

Ho litigato anni con queste otto cause. Col perturbante. Con la natura. Anche la natura è perturbante: spietata nel suo essere incessante, nel suo morire per rinascere. Il concetto di lotta è troppo insito nella nostra cultura. Ma noi siamo prima di tutto natura. Non serve lottare. Me lo ha insegnato chi, anche volendo, non può lottare più.

Il proposito per il nuovo anno è l’armonia.

Grazie all’abbraccio di René, ho capito che voglio abbracciare anche io. La natura, e quindi la vita, la morte; il familiare, l’estraneo; il mondo, l’amico, il nemico. Soprattutto il nemico. Perché è con l’abbraccio che disarmiamo il nemico, con l’abbraccio che resistiamo.

Chi ha parlato di vittoria? Il segreto nella vita è resistere!

«Vivere è solo parte … di che cosa?

Vivere è solo un tono … Di quale scala?

La vita ha senso solo se è connessa a miriadi

di orbite dello spazio in continua espansione.

Resistere è tutto.»

Resistiamo con questo nelle orecchie:

E abbracciamo, abbracciamo quel che abbiamo intorno, tutto quel che possiamo finché non potremo abbracciarci di nuovo tra noi.

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