Condannati al Covid: le carceri piemontesi al tempo della pandemia

Condannati al Covid: le carceri piemontesi al tempo della pandemia

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Francesca Grassitelli

Fuori dalle carceri i numeri dei positivi al Covid-19 continuano ad aumentare, ma gli effetti della seconda ondata sono ancora più allarmanti all’interno degli istituti penitenziari.
Sovraffollamento, mancanza di adeguate norme igieniche e ritardi nell’arrivo dei tamponi sono solo alcuni dei problemi che rendono difficile la gestione dell’emergenza sanitaria all’interno delle carceri.

Già nel 2013 la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo aveva condannato l’Italia per violazione dell’art.3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, poiché il nostro Paese non rispetta il criterio dei 3mq per detenuto.
E prima del Covid, il sovraffollamento era arrivato addirittura al 120%.
Se da un lato è vero che con il decreto “Cura Italia” del 17 marzo 2020 c’è stato un calo delle presenze in carcere, d’altra parte mantenere la distanza sociale, isolare i nuovi ingressi e i sospetti positivi è ancora estremamente difficile.

Il sovraffollamento, infatti, non permette di creare spazi adeguati all’isolamento fiduciario e così, in più occasioni, all’interno delle carceri si sono sviluppati focolai di Coronavirus. E’ quanto accaduto a Torino, Saluzzo ed Alessandria, dove si è registrato anche il primo caso di morte per Covid.
Questa situazione diventa ancor più allarmante se si pensa al fatto che l’età media dei detenuti è in costante aumento: non sono pochi i casi di ultra 70enni e, per di più, di persone con patologie pregresse.

Antigone contro l’emergenza

A ciò vanno aggiunte le disattenzioni sull’uso dei dispositivi di protezione. A differenza della prima ondata, dove il problema principale riguardava il ritardo nelle forniture, adesso a mancare è una vera e propria cultura sul corretto utilizzo delle mascherine.
Infatti, come riferito dal professore Michele Miravalle, l’attività di osservatorio svolta dall’Associazione Antigone ha evidenziato una grande sottovalutazione del rischio. Perciò, già nella prima ondata, l’associazione aveva messo in contatto l’Amministrazione Penitenziaria con Medici senza Frontiere. Quest’ultimi sono così entrati in alcuni istituti del paese, soprattutto in Lombardia e Piemonte, per fornire indicazioni sul corretto utilizzo di guanti e mascherine e su come contenere il rischio del contagio.

Anche il governo, col Decreto Ristori del 27 ottobre, ha evidenziato l’importanza di aprire le carceri concedendo misure alternative (art. 28, 29, 30). Tuttavia, queste norme non sono state sufficienti, soprattutto a causa della mancanza di braccialetti elettronici, che avrebbero permesso a numerosi detenuti di scontare parte della pena a casa.
Ed infatti l’AIGA – Associazione Italiana Giovani Avvocati ha denunciato che solo pochissimi detenuti sono stati scarcerati in virtù dell’art. 30 contenuto nel pacchetto giustizia del Decreto.

Ma ciò non basta: bisogna adottare misure più drastiche e urgenti per portare le presenze in carcere almeno al livello della capienza regolamentare.
Insieme a Anpi, Arci, Cgil e Gruppo Abele, Antigone ha perciò inviato una lettera al governo e ai parlamentari della commissione giustizia di Camera e Senato. (Leggi la lettera qui..)

L’associazione ha, inoltre, messo a disposizione sul proprio sito una mappatura costantemente aggiornata delle varie carceri italiane. Da qui è possibile analizzare l’andamento dei contagi all’interno dei penitenziari.
Infatti, mentre al 24 novembre i detenuti positivi nei tredici istituti piemontesi erano 42, mentre gli agenti e gli operatori penitenziari 187, ad oggi sembra essersi verificato un miglioramento. Secondo quanto comunicato dalla Regione Piemonte il 19 dicembre, i detenuti positivi risultano ora essere 37, mentre gli operatori penitenziari 22, distribuiti principalmente tra Torino, Alessandria e Cuneo.

Non solo i detenuti: misure a tutela della collettività

Se i numeri ci infondono un po’ di speranza, non bisogna però abbassare la guardia.
Un altro principale problema è infatti legato agli ingressi del personale. Per quanto il carcere sia un luogo chiuso, non è totalmente isolato ed è perciò necessario prendere misure per tutelare i circa 4.300 detenuti e 3.500 operatori penitenziari.

E’ in quest’ottica che i sindacati di polizia penitenziaria hanno richiesto che anche gli agenti vengano inseriti nella campagna di screening anti-Covid prevista per le altre forze di polizia. Secondo i dati riportati il 1 dicembre dalla Regione Piemonte, sono 1.552 i tamponi rapidi messi a disposizione dei distretti penitenziari. Ma non in tutte le carceri piemontesi, come quella di Torino, i tamponi sono stati effettuati dall’Asl e l’amministrazione penitenziaria ha dovuto provvedere in maniera autonoma.

Tutto resta infatti demandato alla disponibilità delle singole ASL. Di queste, solo quella di Cuneo ha effettuato una campagna di tamponi a tappeto per detenuti e operatori. Altre ASL, come quella di Alessandria dove pure vi è stato un decesso, non hanno invece eseguito tamponi.
Questa discrepanza a livello organizzativo deriva dal fatto che dal 2008 la sanità penitenziaria è stata assegnata alle singole ASL e non più al Ministero della Giustizia.
E’ però paradossale che, in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo, manchi totalmente un coordinamento a livello almeno regionale.

E il vaccino?

Negli ultimi mesi il dibattito principale riguarda la somministrazione del vaccino anti-Covid, di cui le prime dosi saranno destinate ai cittadini più esposti e ai più vulnerabili. Eppure, nell’elenco delle priorità non compaiono né i detenuti né il personale penitenziario. Per questo, il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano ha lanciato un appello sulla necessità di “considerare la comunità penitenziaria tra i destinatari prioritari della somministrazione del vaccino”.

Da tutta Italia, le organizzazioni che si occupano di detenzione sollecitano il Ministro della Giustizia a predisporre il prima possibile il piano operativo per la vaccinazione. Ma adesso non resta che aspettare.
Nel frattempo sono numerosi gli appelli provenienti dall’OMS, che esorta le istituzioni ad adottare politiche penitenziarie non solo nazionali, ma per lo meno europee, con cui contrastare il diffondersi della pandemia.

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