Dante e il prezzo dell’Amore

Dante e il prezzo dell’Amore

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Antonella Frontani

Nel Canto V dell’Inferno il viaggio di Dante è iniziato per davvero.

Giunti nel secondo cerchio, laddove il paesaggio diventa cupo e dominato da grida di dolore, avviene l’incontro con Minosse e il passaggio nel luogo dell’eterna punizione da parte del Sommo Poeta e la sua guida, Virgilio.

Dopo aver abitato il mondo nel ruolo di re e legislatore cretese, Minosse, figlio di Zeus e Europa, nell’inferno si erge a giudice implacabile tra le anime dannate che si confessano a lui per ricevere l’adeguata punizione. Cercherà invano di bloccare il viaggio di Dante, inducendolo a non fidarsi della sua guida, ma sarà proprio Virgilio a ribadire che quel cammino risponde alla volontà di Dio.

Questo è il luogo dell’inferno destinato ai lussuriosi: il Canto V. Un luogo privo di luce, oscuro, tenebroso, dominato dal suono cupo del mare in tempesta quando l’onda è scossa dai venti burrascosi:

“Io venni in loco d’ogni luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti è combattuto”.

È incredibile incontrare, in un luogo pervaso da tanto dolore figure, personaggi e storie che hanno dominato l’immaginario letterario, musicale e storico di intere generazioni attraverso il racconto  coinvolgente di commoventi storie d’amore.

Nel girone dell’orrore non può esserci pietà per chi ha tanto amato. Lo abitano coloro che hanno permesso alla passione carnale di vincere la ragione; coloro che hanno perduto il senno in preda al delirio amoroso. Le anime dannate che hanno osato seguite la ragione del cuore piuttosto che la ragione, vengono condannate alla peggiore punizione: essere trascinate senza sosta per ogni direzione, come gli stormi di uccelli ampi e fitti quando vengono scossi dal vento. Nessuna pausa, né pena minore:

E come li stornei ne portan l’ali

nel freddo tempo, a chiara larga e piena,

così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.

Le figure evocate nel Canto V non sono sempre protagoniste di memorabili storie, piuttosto, testimoni della tirannide amorosa. È il caso di Semiramide, antica regina di Assiria che ereditò il regno dopo la morte del marito Nino. Nell’ambito delle tradizioni precristiane era ritenuta saggia guida del proprio regno, ma nel Medioevo  fu considerata dominatrice lussuriosa e violenta, secondo la leggenda che narra del rapporto incestuoso con suo figlio.

Dante narra la lussuria che dominò l’animo della regina: emanò leggi per legalizzare ogni lecito piacere al fine di cancellare la condanna nella quale si era trovata.

A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fé licito in sua legge,

per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramis, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

E poi, nel giro infernale, la storia delle storie… Didone ed Enea.

Dante e Virgilio incontrano nel loro cammino la regina di Cartagine.

Nel mondo dell’opera la vicenda viene rappresentata nell’ambito di uno dei massimi capolavori del teatro d’opera. L’elemento musicale che la rende tanto originale, distinguendola da ogni altro esemplare del teatro barocco, sta nella dimensione miniaturista.

Questa storia, di cui all’inferno Dante condanna i protagonisti, Hernry Purcell l’ha racchiusa in una partitura dalle forme agili, scattanti e contenute in un dramma umano di eccezionale potenza emotiva.

Quanti melomani sono riusciti a trattenere il pianto all’ascolto del Lamento di Didone, l’aria scritta per incidere nel cuore di ognuno il dolore che Didone provò all’abbandono di Enea?

Non è possibile la vita, se non è possibile l’amore.

Il dolore insopportabile dell’assenza perpetua un lamento…

“Remember me, bur ah! forget me fate”.

Eppure tra i dannati lussuriosi, finisce anche lei, la regina di Cartagine  che, morta suicida per amore, ha violato la promessa di fedeltà fatta alle ceneri del marito Sicheo.

Ma errando per il Canto V, emergono altre figure che hanno dominato la narrazione letteraria, cinematografica e artistica di tutti i tempi, come Cleopatra.

Ultima sovrana del regno tolemaico d’Egitto, si schierò per amore col triumviro Marco Antonio nel corso della guerra contro Ottaviano Augusto. Nel mio piccolo mondo di spettatrice, lettrice o appassionata d’arte, ho sempre immaginato romantico il destino di Cleopatra che decide di condividere la sconfitta dell’amante nella battaglia di Anzio, fino al punto di condividerne il suicidio pur di non sottomettersi al vincitore. Ma non c’è pietà per chi ha abbracciato la follia dell’amore.

In una terzina di Dante è racchiuso il dramma delle due regine:

L’altra è colei che s’ancise amorosa,

e ruppe fede al cener Sicheo;

poi è Cleopatra lussuriosa.

Nel loro errare tra le anime dannate, ecco apparire Tristano, uno dei cavalieri della tavola rotonda alla corte di Re Artù.

Che storia d’amore quella tra Tristano e Isotta…

Wagner l’ha immortalata nell’opera sublime che, in versione sinfonica viene eseguita con il  titolo Peludio e morte di Isotta.

Qualunque appassionato melomane sa che proprio in quei due fatidici passi musicali è racchiusa la chiave interpretativa dell’opera.

Nel Preludio (morte d’amore), Tristano conduce Isotta verso il proprio re, suo zio, ch’ella deve sposare. Dal timido lamento del desiderio insaziabile, dal più tenero tremore alla confessione più terribile di un amore senza speranza, si seguono tutte le fasi di una lotta già persa in partenza contro il fuoco che li divora, fino al suo ricadere su se stesso, impotente, come se si spegnesse nella morte.

Nel finale ( trasfigurazione), tutto ciò che il destino ha separato in vita, rinasce   trasfigurato nella morte. Sul corpo morto di Tristano, Isotta morente trova il compimento più radioso del loro bruciante desiderio, l’unione eterna in spazi infiniti. Senza limiti, senza legami. Inseparabili.

Una storia d’amore che ha strizzato il cuore di intere generazioni nelle platee di tutto il mondo, ma destinata alla dannazione dell’inferno per il tradimento che si consuma in nome dell’amore.

Nello spazio di una terzina, Dante concentra tutta la forza che la vicenda contiene

Vedi Parìs Tristano; e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch’amor di nostra vita dipartille.

Prodigioso Dante che in poche righe poetiche ha la capacità di racchiudere la storia dell’uomo e delle sue fragilità.

Il suo narrare non è giudizio, ma indulgente sguardo sull’umana imperfezione che ci rende tutti piccole anime dannate.

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