Il dramma di Otello raccontato da Shakespeare e Verdi

Il dramma di Otello raccontato da Shakespeare e Verdi

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Antonella Frontani | 

Come non collocare la gelosia tra le peggiori ossessioni? Un’ossessione che ha ispirato grandi capolavori come l’Otello.

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Il femminicidio rappresenta uno dei drammi che segna tragicamente  la nostra epoca ( e forse tutte le epoche); è figlio di un tarlo relegato nel posto più buio della mente degli uomini, un tarlo che divora la coscienza e il senno. E la più barbara, inaccettabile giustificazione è sempre l’odiosa gelosia, deformazione psichiatrica di una fragilità patologica, segno indelebile di un animo immaturo.

La storia insegna, purtroppo, che non si tratta di un fenomeno recente generato dall’orrore dei tempi che viviamo, ma rappresenta  un’antica tragedia che si consuma da sempre.

Shakespeare, nel ‘600, era già narratore di tanto dramma e il suo Otello ne è la più poetica delle cronache. Lo scenario che offriva l’Inghilterra al grande drammaturgo era devastato da guerre e violenze che dominavano la vita e la mente degli uomini nel corso del secolo che venne definito ”di ferro”. La crisi delle campagne, l’aumento della popolazione, la grave inflazione e la crisi delle finanze statali avevano abbattuto il territorio. Odio e fanatismo finirono per segnare quel periodo che gli storici hanno definito  uno dei più bui della storia moderna.

E’ in questo clima che Shakespeare torna ad ispirarsi all’antica tragedia greca. Secondo l’insegnamento di un popolo tanto saggio, nella visione tragica della rappresentazione si concentra il momento in cui l’uomo apre gli occhi sul mondo e pone nuove domande, confuso e inquieto, dopo aver perduto la serenità e ogni certezza. La tragedia è l’invenzione ateniese di un modello formale letterario e teatrale, in cui la realtà è un  insieme sfaccettato in tanti sottoinsiemi cui corrispondono i personaggi conflittuali, anime  in preda ai loro sentimenti, valori e giudizi distorti.

La forza dell’Otello, dunque, sta nel  calcare detto modello lasciando i personaggi nello smarrimento di sé, lontani dal significato delle loro azioni che cancellano i valori di libertà e responsabilità. Il risultato è contrario al progetto: non amore, ma morte. Così, la tragedia diventa il palcoscenico della follia in cui ogni certezza viene meno, il senso della logica sfuma, ogni dogma e sistema di valori viene sconvolto.

Ecco il vero obiettivo di Shakesperare: porre un’interrogazione sulla fragilità dell’animo umano e del suo delirare, e non assertire sui suoi comportamenti scellerati.

La cecità di Otello è totale tanto da non vedere la propria condizione di diverso a Venezia,  città che non lo ama e che lo sfrutterà solo per le sue doti militari. Soprattutto, non vedrà l’inganno che il “fido” Jago trama alle sue spalle per distruggere la sua vita.

Jago, pura rappresentazione del male, userà l’onestà ingenua del Moro per operare la più subdola delle manipolazioni.

Molta cura il drammaturgo ha dedicato alla figura di Desdemona che, concepita nel diciassettesimo secolo,  rappresenta un modello di donna emancipata. Lascerà, infatti, la casa del padre, cui non chiederà il permesso,  per sposare il Moro di Venezia.

Un comportamento ardito, seppur dettato dall’amore, che emula il coraggio e il potere di un uomo. Una figura che finisce per spaventare l’universo maschile, compreso Otello che non stenterà a dubitare di lei al primo pettegolezzo sussurrato.

“Ho visto il viso di Otello e dentro la sua mente, ed al suo onore ed alla sua parte più valorosa consacrai la mia anima e le mie fortune.” Parole cariche di un’ autentica passione  per il Moro che non bastarono a salvarla dalla sua furia miope. “Ti bacia prima d’ucciderti; per finire non c’è che di mia mano su un bacio morire”, disse Otello prima di uccidersi, quando capì il suo folle errore. Ecco rappresentata la vulnerabilità dell’animo umano, l’idiozia…

Giuseppe Verdi, nella seconda metà dell’Ottocento, riprenderà il dramma di Shakespeare affidandone il libretto alla scrittura poetica di Arrigo Boito.

Alla soglia dei settant’anni, componendo l’Otello, il Maestro riesamina il melodramma di cui era stato fedele interprete e poi profondo innovatore, a partire da Traviata.

Nel dramma del Moro la novità musicale e drammaturgica scaturisce da un’architettura narrativa priva di fratture ( non più un avvicendarsi di recitativi ed arie) e da un canto concepito com un tramite dell’anima, non solo dei sentimenti.

Nell’opera l’intonazione melodica lascia spazio a note ribattute laddove i passaggi diventano cruciali. Il canto viene usato come gesto scenico, le parole sono ritmate dalle pause e vengono declamate, soffocate, quasi parlate…

L’inquietudine della struttura armonica aderisce perfettamente al tornado emotivi dei personaggi, soprattutto di Otello.

Il narrare di Boito è insuperabile: predisposto al verso, essenziale ed  azzeccato nel taglio narrativo seppur gravato di vezzi melodrammatici e formule auliche che richiamano il passato mettendo in evidenza la modernità della partitura.

“Già nella notte densa s’estingue ogni clamor. Già il mio cor fremebondo s’ammansa in quest’amplesso e si rinsensa. Tuoni la guerra e s’inabissi il mondo se dopo l’ira immensa vien quest’immenso amor!”

 Due geni indiscussi  del passato hanno narrato la storia  dell’animo umano  che potremo raccontare ai nostri figli. La genialità non conosce confini temporali e trova sempre una collocazione nel futuro.

 

 

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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