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E’ un Cuore di figlio a segnare un’esistenza

E’ un Cuore di figlio a segnare un’esistenza

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Antonella Frontani |

Cuore di figlio è il secondo libro scritto dal luminare della cardiochirurgia Piero Abbruzzese. Un conato di forza e disperazione, gioia e amore profondo per la vita

Come si può recensire il libro di Piero Abbruzzese senza spendere parole sull’uomo e sulla sua scelta di  vita?

Chiunque può sbirciare il suo curriculum e scoprire che si tratta di uno dei più prestigiosi luminari della cardiochirurgia pediatrica, un uomo che ha intrapreso migliaia di interventi in ogni paese

.Ottenuta la specializzazione negli Stati Uniti ha svolto il suo lavoro nel mondo che, per un professionista del cuore, non può avere confini. Dopo aver esercitato la professione all’estero sceglie di stabilire di nuovo la sua base in Italia iniziando la sua attività a Potenza, poi nel centro d’eccellenza di Bergamo, a Cagliari, in veste di primario, infine a Torino come direttore del dipartimento di cardiochiururgia all’ospedale Regina Margherita.

Nella città di Torino viene accolto come il Messia perché nessuno potrebbe evitare di stimarlo profondamente e a da lui si impara ad attendere il “miracolo” di salvare una giovane vita, fatto che puntualmente accade. Famiglie trepidanti di speranze intraprendono il viaggio da “ovunque” per “mettere” il proprio bimbo malato nelle sue mani. Sono genitori in difficoltà economiche, cui bisogna offrire accoglienza, o famiglie potenti che mettono a disposizione un aereo privato per rapire il Professore dalle sue rarissime vacanze, tenerlo un giorno, tempo necessario ad operare, e consegnarlo intatto ai suoi tre bambini che lo aspettano sulla spiaggia.

E’ facile sfiorare il senso di onnipotenza quando una parte del mondo, quella dei bambini dal cuore capriccioso, dipende dalla saggezza del tuo giudizio, dalla precisione  del gesto della tua mano, dalla fermezza con cui affondi il bisturi nelle loro carne tenera, dalla precisione che solo pochissimi al mondo possono vantare. Quando il talento diventa raro è difficile non cadere preda della propria autostima e cedere alla tentazione di essere viziato dalla gente che ti blandisce, ti invita, ti coccola.

E’ così che un luminare  diventa “trombone”. E’ così che inizia il cammino che lo  allontana dai suoi pazienti con cui smette di parlare e che restano invano in attesa di un suo cenno. E la disperazione di un genitore in attesa di un verdetto, finisce per non trovare più neppure uno sguardo di rassicurazione da colui che ha in mano la vita del figlio…

Ecco, Piero Abbruzzese avrebbe potuto diventare uno dei giganti della chirurgia bravo ma freddo, preciso ma scostante, inarrivabile e temuto.

In realtà, la sua forza è stata quella di non dimenticare mai la sua vera attitudine: il bene dei bambini.

Quando è arrivato a Torino la sua immediata preoccupazione è stata quella di trasformare l’ospedale in un luogo accogliente per i piccoli pazienti. Ha fatto dipingere le pareti di colori e disegni per rendere più dolce  la loro convalescenza,  ha fatto nascere in ospedale una biblioteca per bambini, ha dato vita alla Fondazione Forma Onlus per raccogliere fondi necessari ad acquistare macchinari evoluti e preziosi per le diagnosi più precise. Ha preso parte ad ogni manifestazione organizzata dalla fondazione per “metterci la faccia”, sapendo che la sua presenza avrebbe fatto schizzare la solidarietà di tutti. Non ha esitato a vestirsi da Babbo Natale per il celebre il famoso raduno nella  piazza antistante l’ospedale studiato coinvolgere i bambini costretti alla degenza in quei giorni di festa. Non si è risparmiato mai, pur tenendo ritmi di lavoro disumani.

E, proprio perché la solidarietà non conosce confini geografici, parallelamente al suo lavoro di direttore di dipartimento in una delle più prestigiose strutture pediatriche del paese, Piero intraprende fin dall’inizio della carriera una parallela, intensa  attività di chirurgo nei paesi più  dimenticati del mondo. Inizia prestando collaborazione a Gino Strada nei campi organizzati da Emergency in Kosovo, Afghanistan e Sudan. Conosce Mohamed Aden Sheikh, scrittore, politico e chirurgo somalo, approdato in Piemonte dopo sei anni di prigionia voluta dal regime di Siad Barre, ed è subito folgorazione.

Piero accoglie, con il fervore che ha infiammato la sua vita, il sogno di Mohamed di creare un ospedale in Somaliland. Il chirurgo somalo muore e Piero fonda con la moglie un’associazione per dare vita ad una struttura perfettamente funzionante, creata con l’obiettivo di formare il personale locale. Tutto il mondo si mobilita dietro al suo re carismatico e quel sogno diventa un miracolo.

Piero non è un uomo facile, ha un carattere ruvido ma mai con i deboli. A volte è intrattabile, ma mai con i pazienti e i loro genitori. E’ una persona semplice, priva di manierismi, chiusure e pregiudizi. Odia il razzismo, la prepotenza, l’autoritarismo e ogni forma di falsità. E’ ingestibile, come ogni vero supereroe, ma con una generosità fuori dal comune. Sa ridere di sé e del mondo, ma è il senso di pietà che lo conduce per mano trasformandolo in uno dei pilastri del progetto ad Hargheisa. Non perdona ritardi, sciatterie professionali e piccole meschinerie. Per tutto questo sarà anche inviso da molti che lo trovano un ostacolo  ingombrante per la propria ascesa sociale.

L’unico rammarico che Piero avverte come un pungolo nel costato è quello di non aver dedicato ai suoi tre figli il tempo che avrebbe voluto. Lui, che ha dedicato la vita a quella dei bambini, sente il rimorso di non averne riservata una porzione maggiore per i suoi.

Benedetta, Carlo e Cosimo sono i figli che ha avuto da Sandra, donna paziente e altrettanto impegnata in campo medico, con la quale ha diviso per tutta la vita le sue esperienze di chirurgo e padre, accettando di condividere l’esperienza dell’adozione di un bimbo cardiopatico: Carlo.

Queste sono le ragioni per cui non è possibile recensire il suo libro senza raccontare di lui. Alla luce di queste poche nozioni è più facile intuire la seduzione che emana il lungo dialogo che Piero ha immaginato di intrattenere con suo figlio Carlo, dopo la sua morte,  scrivendo”Cuore di figlio”.

E’ stata una scelta dura, quella di accogliere un bambino destinato ad una morte quasi certa per un cuore scombinato. Poteva rappresentare un “inciampo” nella loro vita dorata, un rallentamento alla carriera in ascesa, una sicura fonte di dolore gratuito e pochi  avrebbero compiuto quel salto nel buio, soprattutto se coscienti delle difficoltà di salute che avrebbero stressato quel bimbo e la loro pace per l’eternità.

Per loro, invece, l’arrivo di Carlo ha rappresentato “La Scelta”. Adottate Carlo è stato come segnare un confine indelebile con il mondo: leggerezza e profondità avrebbero senato la loro esistenza, lontano da ogni facile agio.

In  Cuore di figlio  Piero esorcizza il suo dolore più grande, la morte di Carlo, instaurando con lui un lungo colloquio con lo stile che ha segnato tutta la sua vita: asciutto, a volte duro ma profondamente sincero e pieno di tenerezza. Il suo linguaggio scorrevole e diretto sembra dare corpo a quel dialogo in cui  fa emergere, senza pudori, le ambizioni del chirurgo, gli errori di marito, le assenze di padre e ogni debolezza che ogni illustre professionista avrebbe celato. E’ umano, straordinariamente umano quest’uomo che ha saputo raccontare i suoi limiti e lo sconfinato amore per un figlio “imperfetto” e adorato. Ha saputo oltrepassare il confine per abbandonare il territorio che ben conosce, quello del chirurgo,  per raccontare le angosce e le fragilità di un padre in sala d’attesa. Per la prima volta, impotente e disperato, incazzato con il mondo, attaccato alla speranza come un licheno allo scoglio.

Sono bellissimi i passi di quel libro in cui racconta i tentennamenti tormentati del professionista che conosce la regola non scritta, quella che impedisce ad un chirurgo di operare il proprio figlio, e il senso di colpa per non sfidare la sorte mettendola nelle sue mani.

L’umana angoscia di chiedersi in ogni istante se sta facendo tutto e il meglio per un figlio che ha vissuto ogni giorno della sua vita minacciato dalla morte.

Eppure, Cuore di figlio, è un libro pieno di ironia e voglia di vivere. Leggendolo sembra di sentire le lunghe,  sonore  risate tra padre e figlio che, seppur troppo brevemente, si sono regalati un’esistenza fantastica.

Guarda la puntata di Antropos in onda il 17 Novembre 2013 con il professor Piero Abbruzzese

 

 

 

 

 

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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