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Facciamo acqua da tutte le parti

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Giorgio Diaferia | Mentre si discute sul razionamento o meno dell’acqua e sui cambiamenti climatici che imporranno la necessità di una sempre maggiore limitazione allo spreco ed all’uso allegro, nei paesi industrializzati e dell’OCSE, arrivano dei dati a dir poco disastrosi sulla rete idrica italiana. Dati arcinoti ma ignorati. Non due ma tante “Italie” diverse e divise a seconda della proprietà pubblica, mista o privata dell’acqua stessa.

Intanto si ragiona anche sui rischi per la nostra salute legati alla chiusura delle fontanelle in città. Nel 2015 è andato disperso il 38,2% dell’acqua potabile immessa nelle reti di distribuzione, con un peggioramento rispetto al 2012, quando era il 35,6% (Istat, Focus 2017), con perdite del 26% al Nord, del 46% al Centro e del 45% al Sud (Utilitalia-2017). E non c’è da stupirsi visto che il 22% delle condotte ha più di 50 anni e un altro 36% ne ha fra 31 e 50 (Autorità per l’Energia Elettrica, il Gas e i Servizi Idrici).

Il fabbisogno finanziario pianificato del comparto idrico dal 2016 al 2019 è stato stimato in 12,7 miliardi (Relazione annuale dell’Autorità EEGSI, 2017 citata) il 19% destinato alla distribuzione, il 25% alle fognature e il 28% alla depurazione, il resto per altre voci – pari a 3,2 miliardi annui. L’importo medio annuo è significativo per le fognature e la depurazione anche perché l’Italia sta affrontando procedure di infrazione europee in queste materie e cerca di evitare di arrivare alle condanne e alle sanzioni. Il 19% del fabbisogno per la distribuzione (circa 600 milioni annui) è invece insufficiente.

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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