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Mattia Preti, quando l’arte è al servizio di un’ossessione

Mattia Preti, quando l’arte è al servizio di un’ossessione

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Virginia Ciccone | Che l’arte nelle sue varie forme sia sempre stata utilizzata, dal mondo classico a quello contemporaneo, da illustri personalità per trasmettere messaggi di carattere autocelebrativo, destinati a imporsi nei secoli, non è certo un mistero.

Basti pensare, per esempio, agli innumerevoli ritratti che re e regine di ogni epoca hanno commissionato al pittore di corte di turno o all’artista più in voga del momento, facendosi rappresentare con sembianze o attributi di divinità mitologiche, come nel caso di Luigi XIV o Paolina Bonaparte Borghese, o immortalare in un momento storico chiave per il proprio prestigio personale, come Napoleone che, da generale invincibile, diventa imperatore.

Messaggi di ossessione di potere, di gloria, ma anche di ossessione per l’affermazione delle proprie ambizioni personali si trovano nella storia dell’arte di ogni epoca. E’ interessante come però, nella stragrande maggioranza dei casi, essi provengano da potenti e ricchi committenti: da sovrani, papi, nobili o borghesi, coloro che potevano economicamente permettersi di commissionare opere d’arte.

Sicuramente meno noti, ma altrettanto se non forse più interessanti, sono invece i messaggi di carattere autocelebrativo che gli artisti, i veri creativi, hanno deciso autonomamente di trasmettere ai posteri con la propria arte, per affermare in maniera indelebile le loro ossessioni di ambizione e potere.

Un caso particolarmente interessante è quello di Mattia Preti, nato a Taverna di Calabria nel 1613 e morto a La Valletta, Malta nel 1699, dopo una carriera lunga sessant’anni che lo portò a viaggiare tra Roma, Napoli, Venezia e, infine, Malta, dove visse per più di quarant’anni e dove ancora oggi si può ammirare il suo più grande capolavoro, la decorazione della volta della Concattedrale di San Giovanni a La Valletta.

Mattia Preti dipinse moltissimo e lottò per tutta la vita animato da un’unica ossessione che non lo abbandonò mai: il desiderio di riparare a quello che considerava essere un torto enorme nei confronti della sua famiglia, una famiglia nobile di Taverna di Calabria, alla quale nel 1605 era stato tolto il titolo nobiliare in seguito alla perdita di alcune ricchezze e proprietà territoriali. Dominato costantemente da questa ossessione di “redimere” il nome della propria famiglia, Mattia Preti ben presto capì che il suo vero talento, la pittura, sarebbe stata l’unica arma a sua disposizione.

Una volta approdato a Malta, dal 1530 sede dell’Ordine religioso e militare dei Cavalieri di San Giovanni, fiero dell’alta fama che era riuscito in breve tempo a guadagnarsi lavorando a Roma e Napoli, Preti si mise subito in contatto con il Gran Maestro Martin de Redin, ben consapevole che la propria sete di vendicare il nome della sua famiglia sarebbe stata soddisfatta soltanto raggiungendo un titolo nobiliare decisamente superiore a quello che la sua famiglia originariamente deteneva, ovvero il Cavalierato di San Giovanni. Diventare un Cavaliere di San Giovanni era, però, un’impresa complicata e implicava essere in possesso di una lunga serie di requisiti che a Preti mancavano, tra i quali essere un militare ed avere il sangue blu, cosa che l’artista non era in grado di dimostrare, nonostante avesse fatto appello più volte all’aiuto di Papa Alessandro VII perché intercedesse in suo favore.

Il Papa si dimostrò indifferente alla sua richiesta, ma Preti non si fece scoraggiare e, accecato dall’ ossessione per il cavalierato, decise di conquistarlo a discapito di qualunque sacrificio, arrivando al punto di fare ai cavalieri una offerta che non avrebbero potuto rifiutare: affrescare, da solo e gratuitamente, la monumentale volta della Co-Cattedrale di San Giovanni a La Valletta, tempio dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, in cambio del conferimento del cavalierato.

Fu così che in un tempo record di cinque anni (1661-1666) Mattia Preti portò a termine, da solo, questa titanica impresa, decorando la volta con meravigliose scene della vita di San Giovanni Battista, patrono dell’ordine, e raggiungendo in questo modo l’agognata nomina a Cavaliere di Grazia Magistrale.

Ma la sua vendetta nei confronti dei nobili di Taverna, che lo avevano così profondamente umiliato e offeso, non era ancora interamente compiuta e Preti decise di affidare ancora una volta al talento del proprio pennello la sua rivincita personale, autocelebrandosi come Cavaliere di San Giovanni proprio a Taverna, sua città natale. Fu così che nel 1672 Preti spedì a Taverna una pala d’altare che aveva concepito per l’altare della sua famiglia presso la Chiesa di San Domenico, da lui personalmente acquistato molti anni prima. Questa tela monumentale (290 x 202 cm), in cui l’artista dipinge il sermone di San Giovanni, è la vera e propria rivincita di Preti nei confronti dei nobili di Taverna e anche la dimostrazione di quanto l’ambizione di raggiungere il titolo di cavaliere lo abbia ossessionato per tutta la sua vita.

In quest’opera, così come del resto avviene negli unici altri due autoritratti che l’artista dipinse durante la sua lunga carriera, Preti si autocelebra orgogliosamente nelle vesti di cavaliere di San Giovanni, indossando l’abito tipico dell’ordine, contraddistinto dalla croce maltese a otto punte. La mano sinistra è fieramente appoggiata sul petto, mentre la destra regge un pennello e una spada, simboli di una vita interamente dedicata all’arte e al cavalierato, lo sguardo è fiero, quasi di sfida, come se Preti stesse pregustando il proprio trionfo di fronte ai nobili di Taverna, ai quali la pala d’altare si rivolge. Immediatamente sopra di lui veglia San Giovanni Battista, che, con un cipiglio allo stesso tempo saggio e severo, punta risolutamente l’indice destro verso l’alto, con fare di ammonizione nei confronti degli osservatori, a sottolineare che il messaggio da recepire è uno e soltanto uno: POENITENTIA, come si legge nella pergamena sorretta dall’angelo. Un’esortazione al pentimento per l’ingiusto torto fatto a Preti e alla sua famiglia che l’artista fa provenire direttamente dall’autorità di San Giovanni Battista.

Il messaggio che l’artista affida a questa pala d’altare, destinata a rimanere in eterno nella chiesa principale di Taverna, dove si può ammirare ancora oggi, ha una fortissima connotazione autocelebrativa e rappresenta la vendetta imperitura di un artista che, grazie alla propria arte e al proprio talento, riuscì a realizzare la sua più grande ambizione, tanto da essere per sempre ricordato dai posteri come Mattia Preti, il Cavaliere Calabrese.

 

 

 

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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