ANCORA UNA VOLTA TRINO
Il comune vercellese è tra i siti papabili per un nuovo impianto nucleare. Ma nessuno lo vuole
Da cinquant'anni l'atomo scandisce la vita di un borgo di 8 mila anime, Trino Vercellese. Lo fa a momenti alterni, ma senza mai abbandonarlo. Qui fu costruita la prima centrale nucleare italiana nella primavera del 1964 e, proprio qui, il governo Berlusconi vorrebbe costruirne un'altra, di nuova generazione. Ma con lo stesso problema, le scorie: la zavorra radioattiva di questo territorio che tra Trino e Saluggia ne custodisce l'80% del nostro paese. In luoghi, tra l'altro, poco idonei come le zone golenali di Po e Dora Baltea.
All'inizio, negli anni Sessanta, la centrale fu ben accolta. Da destra a sinistra. “Porterà posti di lavoro” dicevano. Poi, arrivò la catastrofe di Chernobyl e scoppiò la paura. Con il referendum del 1987 la centrale Enrico Fermi fu chiusa. In 23 anni di attività produsse 26 miliardi di kWh di elettricità. “Allo stato attuale dei consumi in Italia – dicono gli ambientalisti – equivalgono a 26 giorni. Vale la pena costruirne un'altra? E se poi consideriamo il costo di 5 miliardi previsto per un nuovo sito, le scorie e i rischi sulla sicurezza?”.
Un anno fa c'è stato l'accordo con la Francia per quattro nuove centrali su territorio italiano. E negli ultimi mesi il governo ha premuto sull'acceleratore. Il 10 febbraio ha approvato un decreto legislativo che stabilisce i criteri per costruire i nuovi impianti, dando ai privati la possibilità di scegliere le località, finora segrete. Ma, mentre le Regioni si ribellano (“Nessuno ci ha consultati”), circola una mappa: Montalto di Castro in Lazio, Caorso in Emilia Romagna, Chioggia in Veneto, Ostuni in Puglia. E, appunto, Trino Vercellese in Piemonte. Non dove sorge la vecchia Fermi, ma precisamente a Leri Cavour, un tempo possedimento della famiglia Benso, e dove ora è situata la centrale termoelettrica Galileo Ferraris dell'Enel, destinata prima del referendum all'energia nucleare.
Dalla chiusura della centrale di Trino sono passati più di vent'anni. Gli umori non sono più caldi come una volta, ma il movimento no nuke è tornato sulle barricate: “Non dimentichiamo – sottolinea Legambiente - che la nuova legge sul nucleare è uno strumento autoritario che può servire in futuro a imporre una nuova centrale nucleare e già da subito a imporre i famigerati nuovi depositi nucleari di Saluggia, di Bosco Marengo e di Trino, tanto cari a Sogin, e contro i quali si battono da anni le associazioni ambientaliste e moltissimi cittadini”.
Il sindaco Marco Felisati (Pdl) dice di essere “disposto a indire un referendum comunale sulla nuova centrale”. Ma il centrosinistra lo incalza “devi prendere una posizione”. A dir la verità, nei territori, sono pochi quelli che pubblicamente si espongono a favore del nucleare, soprattutto se riguarda casa propria. Anche un nuclearista convinto come il parlamentare Roberto Rosso (Pdl) dice che prima bisogna risolvere il problema delle scorie: “Stabiliamo il deposito nazionale e poi ne riparliamo”.



