SULL'URANIO IMPOVERITO LA RICERCA CONTINUA
Intervista a Mario Boccadoro, direttore della Divisione Ematologia dell’Università di Torino e del Dipartimento di Oncologia delle Molinette di Torino: “Nei documenti ufficiali emerge che la nocività di questo metallo non dipende dalla radioattività, quanto piuttosto dall’inalazione delle sue nanopolveri”
Si parla di 216 morti e 2500 ammalati, ma queste cifre potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Le vittime sono militari italiani reduci dalla Somalia, dalla Bosnia, dal Kosovo, dall’Iraq e da zone di guerre combattute a partire dagli anni ‘90: a distanza di anni molti reduci hanno sviluppato gravi patologie al fegato, ai reni, ai polmoni, linfomi, leucemie e tumori.
La causa sembra essere l’uranio impoverito: un materiale di scarto dell’industria nucleare, molto pesante, con una densità molto elevata, e dunque un’alta capacità di penetrazione. Per questo, e per il costo relativamente contenuto è stato ampiamente usato nella costruzione di munizioni e corazze anticarro. I militari americani impegnati nelle operazioni di bonifica dei campi di battaglia si sono sempre premuniti indossando tute, maschere e guanti protettivi. Gli italiani non hanno fatto nulla.
Con le prime morti le famiglie dei militari si sono rivolte ai tribunali per chiedere risarcimenti. Il governo italiano nel 2000 ha istituito una commissione d'inchiesta presieduta dal prof. Mandelli per far luce sulla vicenda, ma la commissione non era stata in grado di raggiungere commissioni univoche.
Sulla questione, però, la comunità scientifica è ancora oggi divisa: quasi venti anni dopo l’introduzione dell’uranio impoverito sulla scena militare non è ancora stata provata l’evidenza scientifica di una correlazione tra questa sostanza e le malattie che colpiscono i reduci di guerra.
Noi ne abbiamo parlato con il prof. Mario Boccadoro, Direttore della Divisione Ematologia dell’Università di Torino e del Dipartimento di Oncologia delle Molinette di Torino: “Sulla questione dell’uranio impoverito non sono emerse a tutt’oggi evidenze scientifiche che dimostrino una correlazione tra questo materiale e le malattie sviluppate dai reduci delle zone di guerra. Questo non significa che non vi sia una correlazione, ma che occorre continuare a far ricerche in proposito. Nei documenti ufficiali emerge che la nocività di questo metallo non dipende dalla radioattività, quanto piuttosto dall’inalazione delle sue nanopolveri”.
In che senso?
“Riguardo l’uranio impoverito c’è sempre stata una certa confusione, si è parlato a lungo di radioattività, quando il problema non è quello: l’uranio impoverito è uno scarto prodotto dalle centrali nucleari. Si chiama ancora uranio, ma avendo finito di emettere radiazioni ha perso le sue proprietà. Non si può dire che non sia radioattivo, perché tutte le sostanze lo sono in minima parte, esseri umani compresi. L’uranio impoverito ha però la normale radioattività delle sostanze naturalmente presenti nell’ambiente. La sua nocività sembra dipendere dall’inalazione delle polveri che produce quando esplode. La tossicità non può essere esclusa ma deve essere dimostrata.
Detto questo – conclude Boccadoro – nei confronti dell’uranio impoverito bisogna adottare il cosiddetto principio di precauzione: fino a che non si è conoscenza della nocività e tossicità di una sostanza, conviene adottare misure di sicurezza adeguate”.



