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Spunti internazionali e specificità italiane. Dal rilancio delle imprese ai posti di lavoro. Per un percorso che sia condiviso con i territori e ben comunicato

Nel lungo e impegnativo percorso verso la riapertura dell’opzione nucleare in Italia, iniziano a delinearsi meglio opportunità e punti critici. Stante il carattere prettamente nazionale dell’iniziativa, si possono tuttavia attingere interessanti spunti e considerazioni da alcuni recenti eventi sullo scenario internazionale.

Il primo argomento emerge dal recente COP 15, la kermesse che si è tenuta a Copenhagen a fine 2009 e che ha segnato una brusca, e per alcuni versi imprevista, frenata per l’intero movimento del global warming. Si tralascino possibili considerazioni critiche circa la mancanza di misure legally binding nel Copenhagen Accord predisposto da USA, India, Cina, Sud Africa e Brasile, e sulla sostanziale incapacità dell’Europa di guidare o almeno partecipare al tavolo decisionale, nonostante la massiccia dose di “entusiasmo” sempre dimostrata su questo tema. Sono entrambi indici non solo di uno stallo ma di un nuovo livello di rapporti internazionali che si sta giocando sui temi dell’energia e dell’ambiente. E’ da notare, invece, che durante i negoziati la proposta di escludere i progetti sull’energia nucleare dai piani nazionali di mitigazione è stata rimossa dai testi. Di conseguenza, i paesi in via di sviluppo possono includere l’impiego dell’energia nucleare nella loro lista di azioni di mitigazione da inviare all’organizzazione dell’ONU sui cambiamenti climatici. Le decisioni circa la possibilità o meno di includere i progetti sull’energia nucleare e sulla cattura e stoccaggio della CO2 nei programmi di Clean Development Mechanism (CDM) e Joint Implementation (JI) dopo il 2012, sono state rimandate ai prossimi meeting.

Il dato conferma l’interesse sul nucleare non solo dei paesi “avanzati” e già “nucleari”, ma anche da parte di un discreto numero di paesi in via di sviluppo o a economia emergente.

Questo rafforza, sul versante italico, la convinzione di coloro che vedono l’atomo quale passaggio utile e forse obbligato per risolvere quella che a più riprese Fulvio Conti, AD di ENEL, ha citato come “la (complessa, nds) equazione energetica”: per essa il problema dell’impatto ambientale, inteso in termini di ridotta produzione di gas serra, deve combinarsi con le necessità di disporre con certezza di grandi quantitativi di energia per lo sviluppo, soprattutto ora che si affaccia una fase di ripresa dell’economia mondiale; ma occorre altresì rilevare che il nucleare è anche scelta strategico-politica ed economica, se è vero che financo alcuni paesi in via di sviluppo hanno l’opzione nel mirino e che paesi con riserve fossili, capacità finanziarie e collocati in aree critiche hanno già imboccato questa strada. E la scelta è di quelle di lungo periodo, per un secolo almeno, tempi peraltro coerenti con i tempi del problema energetico.

Il secondo spunto di riflessione è in linea col precedente e proviene dagli Emirati Arabi: poco prima della fine del 2009, la Emirates Nuclear Energy Corporation (ENEC) ha rivelato il nome del consorzio vincitore della gara da 40 miliardi di dollari, per la costruzione e la gestione dei primi quattro reattori nucleari nella penisola araba. Con notevole sorpresa, non sarà né francese né statunitense, nonostante le forti lobbies politico-diplomatico-industriali messe in campo dalle due nazioni. L’importante commessa infatti è stata aggiudicata ad un consorzio sudcoreano, guidato dalla utility KEPCO (Korea Electric Power Company) che sarà responsabile di tutte le operazioni, dall’ingegneria alla costruzione, al combustibile, alla gestione delle centrali, attraverso le sue controllate, in partnership con Samsung, Hyundai, Doosan Heavy Industries, e con il supporto di Westinghouse-Toshiba, le uniche due aziende non coreane.

I coreani costruiranno, per 20 miliardi di $, quattro reattori APR1400 da 1400 MWe l’uno, il primo dei quali dovrebbe entrare in funzione nel 2017. Si tratta di reattori evolutivi di “III generazione” di tipo PWR, originati da un progetto statunitense, il System 80+ della Asea Brown Boveri-Combustion Engineering. L’altra metà del costo complessivo servirà per la gestione operativa dei reattori, nei 60 anni successivi. Come citato dal presidente di ENEC, si tratta infatti di una partnership che durerà per 100 anni. Un dirigente arabo ha fatto riferimento ad una “notevole differenza nei costi” tra l’offerta sudcoreana e quelle occidentali.

L’avviso che ne emerge per il mercato italiano ma soprattutto per quello europeo, appare chiaro. Nel mercato nucleare internazionale che si è ormai aperto, non ci sono solo i prodotti francesi e statunitensi, EPR ed AP1000, a dettar legge sul versante tecnologico; ora irrompono sullo scenario mondiale i sudcoreani, che acquisiscono, sviluppano e implementano tecnologia occidentale-statunitense e lo fanno con costi e tempi di realizzazione che appaiono inferiori a quelli degli occidentali, sfruttando l’enorme vantaggio di una industria e di un settore costruttivo per i nuovi impianti che non si è mai arrestato negli ultimi trent’anni, a differenza di quanto accaduto in Europa e in USA. Costi e tempi sono due parametri che potrebbero pesare quanto, se non più delle scelte diplomatico-politiche o strategiche.

L’ultimo spunto arriva dalla Spagna ed è anch’esso di fine 2009. Il Consiglio dei Ministri del governo Zapatero ha deciso di consentire l’estensione della vita produttiva delle centrali nucleari spagnole oltre i 40 anni previsti dalla vigente normativa, citando quali motivazioni: l’interesse nazionale, la certezza di fornitura di energia elettrica e la riduzione delle emissioni di gas serra, purché le centrali offrano adeguate garanzie sulla sicurezza e “previo accordo con il Consiglio dei Ministri”. Inoltre, ha deliberato dopo anni di rinvio la costruzione di un deposito non geologico per i rifiuti ad alta radioattività, ovvero per il combustibile esaurito delle centrali. E’ da ricordare che nelle ultime due campagne elettorali che lo hanno portato al successo, Zapatero e la sua coalizione avevano chiaramente indicato quale scelta politica l’abbandono del nucleare, con il progressivo spegnimento delle centrali spagnole.

Quale considerazione trarre per il versante italiano? Crisi, sviluppo economico, costi energetici, riduzione della CO2, sono fattori cogenti che portano anche paesi governati da coalizioni molto legate a tematiche “verdi”, a scelte “obbligate” di rinuncia al phase-out e di estensione della vita delle centrali nucleari, oltre che a decisioni che potrebbero apparire poco gradite all’opinione pubblica locale come i depositi per i rifiuti radioattivi. Scelte di pragmatismo o scelte di ragionevolezza che siano, dimostrano che il nucleare, alla pari di altre scelte forti di strategia nazionale, possono e auspicabilmente devono essere bipartisan.

Tale approccio è poi indispensabile sia per confermare e consolidare le opportunità più interessanti che ora iniziano a dettagliarsi, sia per trovare risposte alle criticità che parimenti stanno emergendo con più chiarezza.

Tra le opportunità, vi è certamente quella per le imprese e l’economia nazionale. Le aziende potrebbero tornare numerose, quali erano prima del referendum post-Chernobyl, ad operare in un settore ad alto contenuto tecnologico, un settore che richiede capacità di lavorare in altissima qualità, una opportunità che consentirebbe loro di crescere in know-how e in capacità di competizione a livello internazionale. Alcune aziende nazionali non hanno mai abbandonato il nucleare, nonostante la chiusura delle nostre centrali, ed oggi già 32 imprese italiane sono coinvolte nella realizzazione della nuova centrale EPR in Francia, a Flamanville.

La tipologia di produzione di tali aziende non si riferisce principalmente alla parte strettamente nucleare, di competenza Areva (progettista dell’EPR), ma soprattutto a componentistica impiegata nella parte convenzionale dell’impianto (pompe, valvole, raccordi, tubazioni, serbatoi, scambiatori, forgiati), anche se con qualità “nucleare”. Un numero certamente non ampio di imprese, ma una base di partenza che lascia ben sperare. Si pensi infatti a quale prospettiva rappresenterebbe la costruzione in Italia di un parco di reattori nucleari, per il coinvolgimento di industrie di costruzioni meccaniche, di costruzioni civili, di montaggi, di forniture elettriche, di sistemi elettronici, visto che il numero di contratti stipulati con aziende per un singolo reattore può arrivare a 1900, come attualmente è in Finlandia per il reattore di Olkiluoto. E la prima riunione sulla supply chain organizzata da ENEL all’inizio del 2010, ha già visto la partecipazione e l’interesse di oltre 400 aziende italiane, dalle grandi imprese alle PMI.

Una opportunità diretta anche per i lavoratori, che oltre ad essere coinvolti nella realizzazione di sistemi e componenti nelle imprese prima citate, sarebbero richiesti per la costruzione e l’assemblaggio in cantiere durante i 5-6 anni di realizzazione. Cantiere che per una grande centrale nucleare necessita sino a 2500 persone, impegnate quotidianamente nella realizzazione di un’opera imponente, per dimensioni e complessità tecnica. Senza dimenticare poi che, dopo la costruzione, segue un periodo di almeno 60 anni di operazione della centrale, per il funzionamento della quale servono almeno 300 persone stabili per reattore. Alle quali vanno aggiunte quelle coinvolte nell’indotto, non solo per la normale gestione ma anche per la manutenzione. Comunque, si tratta di norma di lavoratori con alta qualificazione.

Al contempo, però, tali opportunità inglobano alcuni evidenti punti critici: primi fra tutti la qualificazione delle imprese, il processo autorizzativo, il coinvolgimento della popolazione nazionale e delle comunità locali per la collocazione degli impianti nucleari.

Il primo rappresenta un vincolo per le aziende: per poter ambire a partecipare al possibile processo nucleare italiano, devono essere adeguatamente preparate e qualificate, con azioni specifiche sul versante della garanzia di qualità e della sicurezza, con tempistiche nell’ordine dei 12 mesi. E’ quindi indispensabile predisporre un percorso di guida e di supporto alle aziende italiane, in modo che si pongano nelle migliori condizioni per poter entrare e competere nel mercato nucleare domestico, prossimo venturo, ed internazionale, già avviato. Le imprese è opportuno siano aiutate, da ENEL-EdF-Areva in primis ma anche dalle aziende e dalle istituzioni che hanno conoscenze e competenze nucleari (ad es. Ansaldo Nucleare, Sogin, ENEA, le Università “nucleari”), a comprendere le specificità di questo particolare settore, soprattutto negli aspetti di sicurezza e di qualità, in modo da evitare eventi, legati ad entrambi gli aspetti critici, quali quelli occorsi ad Olkiluoto (si veda in proposito un esplicito articolo di prossima pubblicazione sulla rivista di settore “Impiantistica Industriale”), che hanno condotto fuori budget e fuori programma temporale la realizzazione della quinta centrale finlandese.

Il secondo punto critico è legato ai tempi e alle regole del processo autorizzativo. Un passaggio obbligato è l’istituzione dell’Agenzia della Sicurezza, che dovrà avvenire con risorse non ampie, come richiede la congiuntura, ma pur sempre adeguate almeno a mantenere rapporti operativi con le principali Safety Authority internazionali (l’ASN francese, l’NRC statunitense, l’HSE inglese, la STUK finlandese) e le loro Technical Safety Organisations (TSO), e per formare una nuova generazione di controllori con idonee e aggiornate conoscenze ed esperienze nel settore. Il ritardo nell’avvio dell’Agenzia pare ascrivibile alla volontà, da parte del Ministero dell’Economia e di quello dello Sviluppo Economico, di trovare accordo e risorse per sostenere i costi di avvio della struttura. Un passo necessario che dimostrerà le reali intenzioni governative.

Il terzo è un punto di valenza tipicamente politica, per il quale è indispensabile un’azione coordinata e complementare da parte dei governi regionali e nazionale, delle aziende e dei comparti confindustriali, delle istituzioni scientifiche, in particolare università e centri di ricerca. E’ necessario che sappiano comunicare correttamente la complessa tematica nucleare e coinvolgere adeguatamente tutti gli stakeholder, dai singoli cittadini alle associazioni alle organizzazioni sindacali, con azioni specifiche che debbono essere avviate immediatamente, poiché i tempi associati ai processi informativi sono generalmente lunghi.

Per tutte le criticità citate, la base comune è l’aspetto della informazione ma soprattutto della formazione, ovvero il capitale umano. Qualcosa che potenzialmente, in quanto a qualità e capacità, per fortuna all’Italia non fa difetto. Il capitale umano, infatti, potrebbe essere uno dei colli di bottiglia nello sviluppo del nucleare, non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Il primo allarme lo ha lanciato oltre un anno fa un vice-presidente di una delle industrie leader mondiali nel nucleare, citando esplicitamente questa criticità insieme a quella relativa alla capacità di produrre grandi forgiati e fasci tubieri.

Industria, istituzioni normative e di controllo, ricerca sono settori che si trovano nella stessa condizione: la necessità di risolvere i problemi del ricambio generazionale e di un deciso incremento di personale, per assecondare la crescente richiesta, che interessa molti paesi nel mondo ed esige personale altamente qualificato e motivato, in ossequio al principio cardine nel nucleare: “safety & quality first”.

Qualche esempio, per inquadrare la dimensione del problema: EdF prevede di assumere nei prossimi 10 anni circa 600-700 ingegneri all’anno, Westinghouse è sull’ordine di 1200 ingegneri l’anno. Areva ha assunto ben 12.000 persone worldwide nel 2008, delle quali 2700 tra ingegneri e managers. Altre organizzazioni sono su simili lunghezze d’onda.

Quali strategie? Negli USA è stato avviato il Nuclear Energy Universities Program, sono stati rafforzati i master post-universitari in Nuclear Engineering e assegnati finanziamenti a nuovi progetti di ricerca per oltre 50 milioni di dollari. Nel Regno Unito il governo investirà 50 milioni di sterline per la formazione universitaria che avrà Manchester come centro d’elezione. In Francia EdF ha selezionato le 5 migliori università francesi ed investirà per formare almeno 200 giovani ingegneri nucleari all’anno, ma anche nuovi ricercatori per il ricambio generazionale dell’università francese.

L’Italia avrà bisogno di formare personale per le imprese coinvolte nella realizzazione di sistemi e componenti, i tecnici per la costruzione e l’assemblaggio in cantiere, i tecnici per la normale gestione e la manutenzione. In tali numeri sono compresi un buon numero di ingegneri nucleari e non, così come economisti, giurisperiti, sociologi, oltre ovviamente a periti, tecnici, operai. Tutti dovranno conoscere adeguatamente questo settore particolare ed essere capaci di entrare in modo efficace nelle operazioni.

Per le prime figure della lista, gli ingegneri nucleari, le università italiane coinvolte nella loro preparazione sono ancora in buon numero. Offre un corso di laurea specificamente nucleare il Politecnico di Milano, il primo ad attivarlo nel ’56, ma anche il Politecnico di Torino e le Università di Pisa, “La Sapienza” di Roma, di Palermo e di Bologna offrono corsi di laurea con indirizzi o percorsi nucleari. Consorziatesi nell’84 sotto il “CIRTEN”, le università oggi formano 60-80 ingegneri l’anno, un numero inadeguato in caso di ripartenza del nucleare, ma potrebbero essere messe in condizione di ritornare a formare, entro un quinquennio, 200-250 ingegneri l’anno come nel passato. Anzitutto comunicando ai giovani le nuove interessanti prospettive di impiego, in Italia come all’estero.

Per tutte le altre figure, le stesse aziende così come associazioni e organizzazioni si stanno muovendo per predisporre, insieme a università e centri di ricerca, master e percorsi formativi complementari a quelli classici, anche per le figure senior in azienda, per accelerare la preparazione delle industrie all’ingresso nel mercato nucleare.

Prof. Marco E. Ricotti
Vice Direttore e Docente al Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano