Gli USA, nonostante la crisi economico-finanziaria di quest'ultimo biennio, che ha messo in discussione il loro ruolo di unica grande potenza mondiale, sono ancora oggi il centro di un mondo che, più o meno consciamente, guarda in gran parte a loro come al modello da imitare. Non deve sorprendere dunque che, da ormai più di un mese, il web, le radio, le televisioni ed i giornali siano stati conquistati dall'ennesima soap opera made in USA. A visione quotidiana come e più di Beautiful, con viaggi nel tempo, tra drammi del passato ed un futuro pieno di incognite, come Lost, con al centro torbide vicende di soldi e petrolio come Dallas: il nome di questa soap è " Golfo del Messico: l’abisso profondo".
Ma quello che sembra essere un tipico telefilm americano che cattura il telespettatore di puntata in puntata grazie all'alternarsi di ovvietà e colpi di scena, senza però mai arrivare ad una conclusione definitiva, è invece realtà. Una realtà che quotidianamente ritroviamo nei nostri mass medium e che ha avuto inizio il 20 aprile 2010 a 80 km al largo dalla costa della Louisiana su una piattaforma petrolifera di proprietà dell'azienda svizzera Transocean, la più grande compagnia del mondo nel settore delle perforazioni off-shore. In quella data sulla Deepwater Horizon, questo è il nome della piattaforma affittata alla multinazionale petrolifera britannica BP, si è verificata un'esplosione che ha causato un vasto incendio. Dopo 2 giorni di inutili tentativi di spegnere le fiamme l'enorme struttura è collassata portandosi sul fondale oltre ai circa 560 milioni di dollari del suo valore anche 11 vite. Ma gli 11 operai dalla piattaforma (contati come dispersi e non più ritrovati, nonostante le ricerche da parte della guardia costiera) col passare dei giorni, purtroppo, non saranno, sembra, le uniche vittime incolpevoli di questo "incidente". Infatti da quel giorno, complice anche il non funzionamento delle valvole di sicurezza di chiusura del pozzo petrolifero, ha iniziato a riversarsi in mare un'enorme quantità di petrolio greggio stimata dai 12000 ai 65000 barili (1 barile = circa 159 litri) al giorno a seconda delle previsioni più o meno ottimistiche. I vari tentativi che da allora la BP ha messo in atto per cercare di risolvere il "problema" sono tutti falliti miseramente considerando anche le difficoltà intrinseche di operare ad una profondità cosi elevata (il fondale infatti si trova a circa 1500 m sotto il livello del mare) alla quale mai si erano verificati incidenti del genere. Questo ha fatto si che quello del Golfo del Messico diventasse il peggior disastro ambientale per gli Stati Uniti, peggiore anche di quello del 1989 causato dalla Exxon Valdez, la petroliera che si incagliò in una scogliera in Alaska disperdendo in mare 40,9 milioni di litri di petrolio e provocando la morte di uccelli marini, lontre, foche, aquile di mare, orche, miliardi di uova di salmone e aringa e che costrinse il governo degli Stati Uniti a rivedere i requisiti di sicurezza delle petroliere. A rischio ora, oltre alle centinaia di specie di pesci, uccelli e altre forme di vita di un ecosistema particolarmente fragile, sono la salute e la fonte di sostentamento di una grossa fetta degli abitanti di quella parte di America ed in particolare della Louisiana (uno degli stati meno ricchi degli USA ed oltretutto già sottoposto nel 2005 al "trauma" del passaggio dell'uragano Katrina) sulla cui economia costiera ha un forte peso il comparto ittico il quale potrebbe essere compromesso irrimediabilmente per molti anni dalla "marea nera" che ha già toccato vari tratti di costa. Ma il governo centrale come ha affrontato e come sta affrontando questa emergenza? Innanzi tutto va detto che Obama ha ereditato da amministrazioni precedenti un sistema di regolamentazione probabilmente carente e una assoluta mancanza di pianificazione per una simile emergenza. Inoltre le operazioni per la risoluzione del problema non vengono di norma condotte dallo Stato ma sono affidate alle compagnie petrolifere che ovviamente possiedono il know-how tecnico necessario. Va ricordato pero che la BP, come viene riportato dalla stampa USA, sembrerebbe aver avuto gravi responsabilità su quello che è accaduto. Il quotidiano New York Times cita "documenti interni alla BP secondo cui vi erano gravi problemi e preoccupazioni relative alla sicurezza della piattaforma Deepwater Horizon molto prima di quanto descritto dalla società al Congresso", "problemi che riguardavano la copertura del pozzo ed il sistema di prevenzione delle esplosioni, considerati elementi chiave nella catena di eventi che ha poi portato al disastro sulla piattaforma". Per ora l'amministrazione Obama oltre a lanciare comunicati sempre più preoccupati sulla gravità della situazione e sulla sempre più dubbia capacita della BP di risolvere il problema ha annunciato la sospensione, per ora temporanea, di un programma di trivellazioni off-shore che aveva approvato solo qualche settimana fa attirandosi le critiche degli ambientalisti. E' stata istituita inoltre una commissione d'inchiesta indipendente per far luce sulle cause alla base dell'esplosione della Deepwater Horizon e tale pool di esperti rimpiazzerà nelle indagini la Guardia Costiera federale e il Minerals Management Service (MMS), l'agenzia del dipartimento degli Interni incaricata di monitorare le operazioni di trivellazioni offshore. Fin qui quello che è accaduto, ma le vicende di queste settimane
“potrebbero?!” avere un influenza anche piuttosto considerevole sul futuro. Un futuro che alcuni esperti vedono sempre più nero e, visto che si sta parlando di petrolio, l'aggettivo non è poi cosi figurato. Oltre alle ormai scontate previsioni di danni a flora e fauna ed a tutte le attività umane che vi sono più o meno strettamente collegate c'è chi pensa che questo scenario potrebbe notevolmente peggiorare se con l'approssimarsi della stagione degli uragani, l'ultimo intervento, che porta il complicato nome di "Lower Marine Riser Package (Lmrp) Cap", e che consiste in un tappo (da piazzare sulla super valvola dopo aver reciso il braccio flessibile del pozzo) che sarà collegato ad una nave in superficie attraverso un lungo tubo di oltre 1.500 metri, per recuperare il petrolio, dovesse fallire ed il pozzo continuasse a riversare in mare idrocarburi (i costituenti principali del greggio) per mesi. Uno scenario simile a quello che si è già verificato nel 1979 in Messico quando la piattaforma Ixtoc 1 subi un incidente ed il pozzo sottostante continuò a perdere petrolio per 9 mesi. Nel caso della Deepwater Horizon se si dovesse verificare una massiva e prolungata perdita c'è chi ipotizza che "bolle di petrolio" oltre ad inquinare il mare e le coste dei paesi limitrofi, potrebbero venire trasportate dalla Corrente del Golfo (quella corrente "benevola" che noi tutti abbiamo studiato esser importante per la mitigazione del clima dei paesi europei che si affacciano sul nord dell'Oceano Atlantico) su per la costa statunitense fino addirittura a lambire l'Europa. Anche una parte importante dell'atlantico dunque potrebbe essere interessata da questo disastro ambientale. Questo, fortunatamente, resta per ora solo un pessimistico scenario che si spera possa non verificarsi. Ma per la casa Bianca la marea nera potrebbe presentare un problema non solo ambientale ma anche politico. Infatti già adesso sono in atto polemiche sull'eccessiva passività dell'amministrazione Obama. Problemi che, se il disastro del Golfo dovesse continuare per mesi, potrebbero invadere la compagna elettorale delle elezioni di medio termine (
le elezioni che si tengono a metà del mandato presidenziale) e che si aggiungerebbero all'ormai cronica crisi economica, alle varie questioni interne ed ai problemi della politica estera (in questi giorni anche il “vecchio” alleato israele ce la sta mettendo tutta per destabilizzare ulteriormente l’area meridionale più del tanto vituperato Ahmadinejad e dei vari terroristi islamici). Da non sottovalutare poi è il paradossale effetto che questo disastro ambientale potrebbe avere sulla politica ambientale del 44° presidente d'America il quale si potrebbe veder costretto da un lato ad introdurre norme più rigide per tutelare l'ambiente e dall'altro però, inevitabilmente, a scontrarsi con le lobbies energetiche e petrolifere con le quali sembrava aver raggiunto un difficile compromesso concedendo una maggiore libertà per le esplorazioni off-shore ed ottenendo in cambio una minor resistenza a riforme filo energie rinnovabili e che invece adesso potrebbe ritrovarsi di nuovo totalmente contro con il rischi di veder bloccata ogni sua iniziativa ecologista. Inoltre va segnalato che la BP, che con la sua controllata BP solar è leader mondiale nella produzione di pannelli solari, era vista, prima del disastro, come una compagnia petrolifera "buona" e che ogni giorno che passa, ogni barile in più che si disperde nel mare, essa vede erodersi velocemente i crediti che vantava verso l'opinione pubblica, per non parlare poi delle ingenti perdite economiche che tra danni immediati e risarcimenti miliardari (sono già iniziate decine di class action) potrebbero portarla al fallimento. Il 2 novembre dunque, quando si terranno le elezioni di medio termine e l’intera Camera e un terzo del Senato andrà al ballottaggio, Obama potrebbe avere una brutta sorpresa. S
toricamente questa tornata elettorale, a parte rare eccezioni, vede il partito al governo perdere consensi ma, se i democratici dovessero perdere realmente e fino al punto di cedere il controllo di una o due camere, i repubblicani prenderebbero il controllo di parte o tutto il sistema legislativo sbarrando la strada alle iniziative liberal del presidente Obama. E a quel punto l'immagine di un pellicano (uccello simbolo della Louisiana che si trova raffigurato perfino sulla sua bandiera) che si contorce invischiato nel petrolio e che ora viene presa a simbolo della sola catastrofe naturale inizierebbe a simboleggiare anche la fine di quel progetto politico che aveva entusiasmato e fatto sognare l'America ed il mondo al ritmo delle parole "yes we can", potrebbe divenire il simbolo di un presidente, di un uomo, di un'idea rimasta invischiata per sempre nel bitume della storia