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Ma la compagnia sapeva che nel sistema di sicurezza della piattaforma c’erano falle

Quello causato dalla British Petroleum è la più grande catastrofe ecologica mai avvenuta negli Stati Uniti.
E’ recentemente emerso - dalle dichiarazioni dell’operaio Tyrone Benton, che lavorava sulla Deep Horizon, la piattaforma affondata nel Golfo del Messico - che la compagnia sapeva che nel sistema di sicurezza della piattaforma c’erano falle. Ma che riparare l'unità di controllo, invece di attivarne un'altra, avrebbe voluto dire interrompere temporaneamente l'attività di trivellazione sulla piattaforma, che sarebbe costato alla BP 500mila dollari (circa 400mila euro) al giorno.
Non è stato fatto nulla, e ora i costi sono maggiori.


Il Presidente Barack Obama nel suo discorso ufficiale alla Nazione del 16 luglio ha detto che farà “in modo che la BP paghi per i danni che ha causato”, e che farà “tutto il necessario per aiutare la costa del Golfo e la sua gente”. Promette di ripulire l’intera area dal petrolio, assicura che gli abitanti e i lavoratori del Golfo del Messico verranno aiutati. E per evitare che una tragedia di queste dimensioni si verifichi di nuovo, auspica lo sviluppo e il passaggio alle energie alternative.
La BP, dal canto suo, ha riferito di aver già speso 2 miliardi di dollari per riparare e arginare i danni causati dalla fuoriuscita di petrolio in mare, tra recupero del petrolio, perforazione del pozzo di soccorso, somme versate alle autorità federali e donazioni agli Stati interessati, Louisiana, Alabama, Mississippi e Florida.
E ha accettato di versare venti miliardi di dollari nel fondo per i risarcimenti alle vittime della marea nera. Decisione, questa, che ha fatto un po’ risalire anche il titolo di borsa della Compagnia, che da fine aprile a metà giugno, in poco meno di due mesi, aveva perso il 49,12% del suo valore.
Se dalle ultime dichiarazioni del Presidente Obama pare che sia possibile bloccare l’uscita di petrolio entro l’estate (massimo per agosto, dicono) scavando altri due pozzi collaterali in grado di far defluire il greggio, è pur vero che dal pozzo a 1500 metri di profondità continuano uscire ogni giorno tra i 60mila e gli 100mila barili di petrolio al giorno: cifre che sono di gran lunga peggiori delle stime fatte solo qualche tempo fa.
Nel frattempo Il petrolio ha già raggiunto oltre 200 chilometri di costa, arrivando anche sulle famose spiagge bianche della Florida dove il turismo dà lavoro a circa un milione di persone.
Il disastro ecologico è appena agli inizi, quello sociale e economico è evidente in questi giorni. Il 40% del pesce americano viene dalle coste del Golfo del Messico. Sono già oltre 38.000 le richieste di rimborso avanzate dai pescatori e dagli altri operatori economici delle aree colpite dal disastro. La Pollution Act del 1990 prevede per gli operatori di pesca commerciale in Florida, Louisiana, Alabama, Mississippi e altre zone il diritto a un indennizzo per le perdite finanziarie subite a causa della marea nera. Secondo questa legge i responsabili di uno sversamento di idrocarburi sono responsabili per i danni provocati.
Molti dei lavoratori hanno già perso il lavoro, e stanno ora lavorando per la pulizia della costa. Ma con poche garanzie, come spiega Kerry Kennedy sul sito (http://www.rfkennedyeurope.org/index.php/RFKennedy-Blog/Ambiente/golfo-del-messico-la-tragedia-e-anche-umana.html), dove scrive che “quando i lavoratori chiedono strumenti di protezione gli viene risposto che i respiratori sono raccomandati ma non strettamente necessari. Spesso sono costretti a comprarseli da soli, se se li possono permettere.” E anche che “la BP ha proibito alle autorità sanitarie di visitare i lavoratori assicurando che i medici della compagnia gestiscono la situazione e hanno il controllo completo su tutto quel che sta succedendo.”
Vedremo come andrà a finire.