Chi inquina paga?

Un viaggio attraverso la legislazione italiana e comunitaria per scoprire come sono andati a finire alcuni tra i più importanti casi di disastri ambientali in Italia e nel mondo
Da Seveso a Bhopal
Seveso è il nome di un piccolo comune sui monti lombardi salito agli onor di cronaca quando il 10 luglio 1976 una nube di tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD) viene rilasciata da una nota fabbrica di pesticidi in questo piccolo comune della Brianza. Circa 37.000 persone sono esposte ai livelli più alti mai registrati di diossina. Più di 80.000 animali sono stati macellati per evitare che le tossine potessero entrare nella catena alimentare. Uno dei più grandi disastri ambientali avvenuti in Italia.
Ma Seveso è anche il nome della direttiva europea di regolamentazione industriale adottata nel 1982 che segna l’uscita dalla situazione di anarchia legislativa a livello comunitario.
La parte centrale della direttiva è costituita dai riferimenti all’obbligo di “una trasparente informazione pubblica” riguardo la possibilità di incidenti”, nonché di nuove misure di sicurezza. Si afferma così il diritto dei lavoratori a conoscere la natura dei possibili rischi del proprio luogo di lavoro.
Ma il caso Seveso ha trovato giustizia anche sul piano del diritto interno. La corte di Cassazione ha infatti riconosciuto il diritto ad un risarcimento per danno morale i cittadini che sono “esposti al pericolo derivante da un disastro ambientale” per il “patema d’animo sofferto e la preoccupazione sul proprio stato di salute”.
Una sentenza che restituisce un minimo di dignità alle vittime di quel disastro ambientale diversamente da quanto si è visto nella vicenda processuale del disastro di Bhopal: i deu anni di galera e la cauzione di 450 euro per gli otto responsabili non hanno infatti contribuito a squarciare il velo dell’impunità.
Chi inquina paga?
Nonostante alcune sentenze che hanno punito i “crimini ambientali”, la legislazione italiana sull’argomento appare ancora deficitaria. Nel nostro paese manca una trattazione organica dell’argomento che sta diventando sempre di più oggetto dell’azione legislativa della comunità europea.
Dal 2007 a livello europeo si è affermato il principio “chi inquina paga”, riconosciuto dopo un iter ricco di difficoltà e che ha richiesto l’intervento della Corte di Giustizia Europea per favorirne l’applicazione.
La sentenza del marzo 2010 emessa dalla Corte di Giustizia Europea in merito all’inquinamento del polo petrolchimico di Augusta ha confermato questo principio.
La vicenda in questione affonda le radici negli anni Sessanta, da quando un territorio a vocazione turistica viene riconvertito in area industriale con l’arrivo di numerose imprese del settore degli idrocarburi. Dopo anni di inquinamento, il tribunale italiano hanno imposto alle aziende di bonificare i siti. Le aziende coinvolte però hanno presentato ricorso e il T.A.R. siciliano aveva rinviato la decisione alla corte di giustizia Europea.
Con la sentenza di qualche mese fa quest’ultima ha confermato il principio “chi inquina paga” e ha riconosciuto la possibilità di imporre limiti all'uso dei terreni da parte delle aziende, se questi non sono stati bonificati dall'inquinamento, per impedire che la situazione ambientale degeneri.
Processo breve, giustizia lunga
Sono ancora tanti i casi di disastri ambientali che stanno aspettando giustizia. Processi come quelli sull’Ilva di Taranto, responsabile del 95% della produzione di diossina italiana; sull’inquinamento chimico della Valle del Sacco oppure il processo della più grande discarica abusiva scoperta proprio in Abruzzo, 185 mila metri cubi di sostanze tossiche ed inquinanti sepolti da 5-6 metri di terra vicino a Bussi (Pescara) in un terreno vicino al fiume Pescara. Processi che avanzano lentamente grazie a magistrati volenterosi e all’interesse della società civile affamata di verità e giustizia. Due parole che però potrebbero venire meno a causa dell’approvazione del provvedimento sul processo breve che potrebbe sferrare un corpo mortale ai diversi processi in corso per disastro ambientale e per la tutela della salute dei cittadini.



