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Siti inquinati o per meglio dire siti contaminati, sono quelle zone del nostro territorio in cui la produzione industriale, ma anche in alcuni casi quella agricola, ha generato delle ferite che durano nel tempo e che richiedono importanti interventi di cura con dei costi di centinaia di volte superiori a quanto sarebbero costati invece interventi preventivi di messa in sicurezza.
Ma sono anche delle piccole realtà in cui si bruciano copertoni delle auto mescolati ad ogni tipo di rifiuto o si abbandonano cisterne piene di sostanze chimiche tossiche o si lasciano alla fonda nel Mare del Nord sottomarini con testate nucleari a rischio di erosione.

Sono 54 i siti contaminati presenti sul territorio nazionale e nessuna regione ne è esente. La maggior parte di questi è rappresentato da agglomerati industriali, mentre si registra l’allarmante presenza di siti abusivi e illegali. L’elenco delle sostanze tossiche lasciate dalle produzioni industriali è sterminato, dall’amianto alle diossine, dai metalli pesanti alla radioattività, dai pesticidi ai composti organici. Queste sostanze, se non adeguatamente gestite, possono contaminare suolo, sottosuolo e acque sotterranee, costituendo un rischio elevatissimo per la salute umana e per gli ecosistemi. Porto Marghera e Gela, Casale Monferrato e Gioia Tauro, Cengio e Bagnoli ecc… per non parlare poi del recente caso della nave dei veleni trovata al largo delle coste calabresi e di cui nessuno sapeva nulla, o così sino ad ora parrebbe. Se poi dal livello nazionale vogliamo scendere a quello locale ecco che  parlare dello stato di salute del Piemonte, da sempre una delle  zone a più alta densità industriale, emerge un dato preoccupante: i siti contaminati erano 430 nel 2003 sono  saliti a 970 nel primo semestre 2008.

Tra le province piemontesi, il poco invidiabile primato è detenuto da quella di Novara, seconda è Biella e poi Torino. Le bonifiche, non riescono a tenere il passo con la realtà. I dati ci dicono che ai siti contaminati registrati nell'Anagrafe regionale si aggiungono quelli non ancora censiti ma che hanno tutti i requisiti per giustificare un intervento di bonifica. Quanto basta per accendere i riflettori su un'emergenza ambientale di cui si parla troppo poco e che non viene affrontata nella sua complessità.

Anche quest’anno infatti la nostra trasmissione Antropos è tornata a parlarne per il secondo anno consecutivo. Se l’anno scorso l’attenzione era stata riposta a Casale Monferrato ed all’amianto ed a cengio con il caso Acna, in questa edizione si è parlato diffusamente del caso della Solvay di Spinetta Marengo in provincia di Alessandria.  La crisi economica che sta falciando decine di aziende potrebbe costituire un acceleratore di processi di dismissione rapida, che lasciano molti danni all’ambiente:a volte solo quando un'impresa muore, si alza il coperchio, poiché viene meno la manutenzione di massima. Si creano contrasti sociali molto forti tra chi vorrebbe mantenere la produzione così com’è con piccoli interventi di facciata e chi pone l’indicazione alla necessità a prevedere interventi di risanamento, con costi ingenti. La minaccia è la chiusura di un’azienda con messa in mobilità o in cassa, quando va bene, di centinaia di lavoratori. Per conoscere l’esistenza dei siti inquinati da bonificare, prevederne i costi in base a quali interventi siano prevedibili, è stata istituita l’anagrafe in attesa di scoprirne dei nuovi tenuti ben nascosti da chi ha ferito spesso in modo irreversibile il territorio, provocando anche danni gravi per la salute delle ignare popolazioni che si trovano anche a molti chilometri dall’industria insalubre.