SAPORI E GUSTI DEI PRODOTTI DEL PIEMONTE
Ci sono il castelmagno d’alpeggio, il peperone corno di bue di Carmagnola, le paste di meliga del Monregalese, la gallina bionda piemontese e la gallina bianca di Saluzzo: chi se ne intende li considera cibi prelibati, chi li assaggia per la prima volta ne resta piacevolmente stupito.
Sono specialità e leccornie tipiche della tradizione piemontese, che oggi tuttavia vengono considerate “specie protette” e a rischio di estinzione, di fronte alla produzione industriale, e all’ormai comune ragionamento che tende a vedere nell’aggettivo “industriale” un sinonimo di “sicuro”, “pulito”, oltre che una “garanzia per il consumatore”.
Così, come è successo con altri 296 prodotti, i produttori di questi alimenti hanno aderito all’iniziativa dei Presìdi di Slow Food, che si propone di “tutelare la biodiversità, i saperi produttivi tradizionali e i territori, oltre al fatto di stimolare nei produttori l'adozione di pratiche produttive sostenibili, pulite, e sviluppare un approccio etico al mercato”.
«Occorre distinguere tra due tipi di biodiversità» chiarisce Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la biodiversità «la prima si può definire selvatica. Tutti sono, almeno in teoria, d’accordo nel preservarla e difenderla. Si pensi alle foreste amazzoniche, ai leoni o ai panda. La seconda è invece di tipo domestico, e racchiude al suo interno un patrimonio enorme, che è anche culturale e che riguarda le tradizioni alimentari locali, i modi in cui i cibi vengono prodotti, il rapporto dell’uomo con il suo territorio. Ebbene, questo tipo di saperi e di ricchezza deve essere preservata con forza, perchè sta subendo attacchi spaventosi - iniziati tenta-quaranta anni fa - provocati dallo sviluppo della produzione industriale e della coltivazione intensiva. Per rendersene conto basti pensare che negli Stati Uniti il governo si appresta proprio in questi giorni a discutere il Food Safety Modernization Act del 2009, che prevede la messa al bando dell’agricoltura biologica, considerata insana, per favorire invece un tipo di coltivazione che utilizza additivi e prodotti chimici. Questo è inconcepibile».
I presìdi di Slow Food per la difesa della biodiversità sono sparsi in tutto il mondo, dall’Afghanistan, alla Bolivia, alla Bosnia-Erzegovina e alla Mauritania. Continuano a crescere ogni anno, nella convinzione che "vario" è bello, ed è anche più buono.



