| Cosa c'è dietro il primato torinese dello smog |
|
|
|
| Di Veronica Ulivieri |
|
Una classifica che tutti vorrebbero dimenticare, un primato triste. Per il secondo anno consecutivo, secondo gli Indicatori ambientali urbani diffusi qualche giorno fa dall’Istat, Torino ha conquistato la maglia nera per la concentrazione di PM10 nell’aria, con ben 158 sforamenti della soglia massima. In media, fanno 13 al mese, più o meno uno ogni due giorni. Seguono Siracusa, unica città del Sud nella top ten, con 139, e Milano con 132. Numeri che parlano chiaro, ma che non raccontano ciò che sta dietro a questa graduatoria dello smog. A partire dalle cause dell’inquinamento. Che va ricondotto al traffico cittadino, certo, ma anche alle industrie e ai riscaldamenti. Se con straordinario tempismo il 30 luglio scorso – giorno della diffusione di questi dati – il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota ha deciso di abolire il bollino blu per le auto, per le caldaie dei condomini un sistema di controllo che vada oltre le revisioni di tecnici privati non c’è mai stato. L’impatto sulla salute è enorme: è ormai accertato che alte concentrazioni di polveri sottili causano tumori al polmone e malattie cardiovascolari e respiratorie. Da bronchiti acute e attacchi d’asma fino a infarti e ictus. Una ricerca pubblicata l’anno scorso sul British Medical Journal mostra che entro le prime sei ore dall'esposizione allo smog il rischio infarto è più alto, e si registra un picco di casi. Secondo la stessa Organizzazione mondiale della sanità, solo nelle città della pianura padana il numero di morti da smog potrebbe superare i 7.000 l'anno, mentre ogni cittadino perde in media nove mesi di vita per esposizione al particolato. Che fare? A questa domanda gli enti locali rispondono spesso opponendo la mancanza di risorse e i vincoli del Patto di stabilità. Per limitare gli inquinanti nell’atmosfera, oltre a controlli più severi per aziende e riscaldamenti, servirebbero misure per limitare il trasporto privato. Dunque isole pedonali e Ztl più ampie ed effettivamente a traffico limitato. A Roma, per esempio, spesso i varchi elettronici sono spenti, e le Ztl invase dalle auto che lì non potrebbero entrare. Alcuni Comuni – tra cui Torino – pensano anche a ridurre la velocità delle auto, ma sull’efficacia di questo intervento gli esperti si dividono: siamo davvero sicuri che, costringendo i veicoli a continui stop and go, non aumenti l’inquinamento, visto che è in partenza che l’auto emette più polveri sottili? E ancora, sarebbe utile potenziare il trasporto pubblico, renderlo più efficiente e, dove possibile, sostituite i bus più inquinanti con tram e navette elettriche. Anche qui la realtà è ben diversa: nei mesi passati, in quasi tutte le regioni si è discusso di tagli ai trasporti, dai treni per i pendolari agli autobus cittadini. La stessa Torino si prepara a una riduzione delle risorse regionali per il Tpl del 9% quest’anno e del 15% l’anno prossimo. Ancora, diventa essenziale sostenere e promuovere l’utilizzo della bicicletta, insieme agli spostamenti a piedi. In tema di bike sharing, Milano ha molto da insegnare al resto d’Italia (136 stazioni e 2.250 bici), ma anche Torino sta ampliando il numero delle stazioni e l’obiettivo è arrivare a 202 entro il 2013. Se alcuni di questi interventi richiedono investimenti anche consistenti, altri sono quasi a costo quasi zero, come la creazione di isole pedonali o l’ampliamento delle Ztl. E in fondo, se si vanno a vedere i costi collettivi dell’auto, si scopre una miniera di “risorse occulte”: secondo la Federazione italiana amici della bicicletta, le conseguenze sanitarie dell’inquinamento ci costano 80-90 miliardi l’anno, a cui si aggiungono altri 28 miliardi l’anno per morti e feriti in incidenti stradali. In media, fanno 4.000 euro l’anno per auto: una tassa salata che tutti i cittadini pagano senza neanche saperlo. |




