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Da oltre vent'anni il dibattito sul nucleare non era così caldo. Dai tempi della strage di Chernobyl e dal referendum abrogativo del 1987. Nel febbraio del 2009 il governo Berlusconi ha firmato con la Francia un accordo per la costruzione dal 2020 di quattro nuove centrali nucleari di terza generazione. E ultimamente si sono rincorse voci sulla mappa dei siti. I luoghi ipotizzati sarebbero: Montalto di Castro (Lazio); Caorso (Emilia Romagna); Trino Vercellese, precisamente Leri Cavour (Piemonte), Chioggia (Veneto) e Ostuni (Puglia). Notizia di pochi giorni fa è, invece, che il Consiglio dei ministri ha impugnato presso la Corte costituzionale le leggi regionali di Campania, Puglia e Basilicata che vietano le installazioni nucleari sul loro territorio. Sostenendo che non è di competenza regionale. Anche se in realtà, in tema energetico, la Costituzione precisa che Regione e Stato hanno competenza concorrente. E senza intesa, non ci sarebbe nulla da fare.

Sempre accesa rimane quindi la polemica tra favorevoli e contrari. Chi è per il sì al nucleare sostiene che l'Italia recupererebbe il gap tecnologico nei confronti dei paesi vicini che hanno centrali da sempre. Riuscirebbe ad abbasserebbe i costi dell'energia e non emettendo idrocarburi non contribuirebbe al riscaldamento del pianeta. Per i contrari, i problemi di sicurezza non sono mai scomparsi e poi 30 miliardi di euro per arrivare a produrre il 25% del fabbisogno nazionale sono un ulteriore spreco. Inoltre, è sempre aperta e tuttora irrisolta la questione delle scorie. Proprio a Saluggia è iniziato il trasferimento in Francia, dei materiali radioattivi stivati nel deposito "Avogadro". Arriveranno in Francia per le attività di riprocessamento. “Ma - ribadiscono gli ambientalisti - anche il riprocessamento non esclude scopi militari, spesso celati dietro quelli civili”. Lo scontro, dunque, continua.