16 Aprile 2024
Francesca Grassitelli | La Divina Commedia non cesserà mai d'essere attuale e universale. E' la storia dell'umanità, attraverso la vita di figure antiche e mitologiche. Ma cosa accomuna Dante e Ulisse con tutti noi?
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Francesca Grassitelli

L’inferno dell’uomo consiste nel dover fare i conti con la propria libertà. E per ogni azione compiuta o parola proferita, all’uomo spetta ergersi a giudice di se stesso.

Se in tutta la Divina Commedia Dante rappresenta la condizione umana, questa è ancor più palpabile nel canto XXVI dell’Inferno, il canto di Ulisse. D’altronde, l’antica mitologia greca non è altro che uno strumento per capire cosa significhi essere umani.

Dopo la faticosa discesa del canto precedente, Dante-personaggio e il suo accompagnatore si ritrovano su un ponte che offre l’infernale spettacolo dell’ottava bolgia. Con loro, anche noi lettori ci addentriamo sempre più nei meandri dell’Inferno, e di pari passo il sentiero diventa più aspro, tanto da doversi aiutare con le mani per percorrerlo.

E’ questa la dimora dei consiglieri fraudolenti, tutti coloro che in vita hanno agito per conto del loro spregiudicato ingegno. Tra questi anche il famoso eroe troiano, Ulisse, a condividere la sua dannazione con Diomede, come in vita compirono insieme numerose azioni ingannevoli.

Ulisse è certamente noto per la sua sete di curiositas, di conoscenza, l’arma che permette di abbattere ed oltrepassare le barriere della mente. La sua è una passione intellettuale, che soffre i limiti, che divora il non-sapere e il non-potere, che segue solo se stessa. E’ “la stessa forza che mi sposta e soprattutto hybris”, come canta Murubutu, rapper e professore di filosofia, nel suo album tutto dedicato all’Infernum dantesco.

Hybris è volontà di potenza, è il desiderio di porsi al di sopra degli dèi, della conoscenza che essi hanno concesso agli uomini. E sarà proprio questo peccato a condannarlo alla morte.

“Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ‘l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara”
(vv. 25-30)

Ma lo scenario che si presta agli occhi dei due viaggiatori è tutt’altro che terribile: lo spazio sembra invaso di lucciole, come fosse una piacevole notte d’estate. Sarà Virgilio a far chiarezza, raccontandogli delle fiamme che avvolgono le anime dei peccatori.
E’ l’inganno dei sensi, di cui ci hanno parlato i filosofi Windelband e Schöpenhauer. Gli stessi sensi mai sazi che hanno spinto Ulisse a compiere il folle volo.

“Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i ebbi a divenir del mondo esperto”
(vv. 90 – 98)

John William Waterhouse, Ulisse e le Sirene

Ulisse vuole far esperienza del mondo sanza gente, desidera risvegliare i propri sensi che si erano assopiti nella quotidianità itacese. Esattamente come l’uomo qualunque, che trova la vita in nuovi stimoli e nuovi orizzonti. Lo ribadisce anche Pascoli, nel canto X delle sue Odi:

“Sonno è la vita quando è già vissuta:
sonno; ché ciò che non è tutto è nulla”

L’eroe troiano vuole risvegliarsi e tornare all’avventura. Ma parecchi anni son passati dalle sue imprese iliadiche. Allora non resta che ripercorrere i luoghi già visti, rivivere le vecchie emozioni, per recuperare se stesso, l’Ulisse giovane e virtuoso.

“Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l’uom più oltre non si metta”
(vv. 106-109)

La nave è giunta allo stretto di Gibilterra, dove Ercole avrebbe posto i confini del mondo, oltre i quali tutto è caos. Ma dopotutto, il caos non ha in sé una forza vitale irresistibile?
Se così non fosse, Truman non avrebbe abbandonato il mondo e la finzione per lui create. Se non fossimo così irrimediabilmente attratti dall’oltre, avremmo già appagato quell’inquietudine che ci rende vivi.

Ecco perché, nella storia dantesca, Ulisse non si ferma dinanzi alle colonne d’Ercole. Egli prosegue. Come prosegue l’umanità verso il futuro, spesso cercando di anticiparlo. Ulisse si spinge oltre, sino alla montagna
“bruna per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.”

E’ qui che la truppa incontra la morte, ai piedi del monte del Purgatorio, quando un turbine di vento per tre volte avvolge la nave e la spinge negli abissi del mare.
Quel vento aveva forse il volto di Eolo, o la forma della Rivelazione divina che pur ha voluto celarsi. Quel vento intonava le note della verità che giunge al momento debito, che ruggisce dinanzi all’orgoglio umano convinto di poterla raggiungere.

Ma il viaggio di Ulisse è anche il viaggio di Dante, che in un certo periodo della sua vita ha ceduto all’orgoglio intellettuale, convincendosi di poter conoscere la verità attraverso la sola via filosofica.
Nei loro folli voli risalta la grandezza dell’umanità, ma anche la sua imperfezione. Risalta la temerarietà, ma anche la fragilità dei nostri sensi, o almeno di quelli materiali.

Forse, allora, anche noi scopriamo di essere dannati, anime infernali e ribollenti all’eterna ricerca del nostro Io. A volte ci smarriamo mal guidati dai sensi, altre giriamo in tondo sul sentiero sbagliato.
Vivi perché curiosi e inquieti, ma in attesa di poter finalmente affermare – per stravolgere il motto cartesiano – “sum, ergo vivo”.
Sono questo, so chi sono, so perché vivo.

1 thought on “Dante, Ulisse e l’Uomo qualunque

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