27 Febbraio 2024
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Antonella Frontani

Presentato al Torino Film Festival il documentario di Ferdinando Vicentini Orgnani, un raffinato, potente racconto sulla Beat Generation

Da diversi anni il documentario ha acquisito in Italia il lustro e l’onore che merita, per fortuna, così come accade da tempo nell’ambito cinematografico straniero.

Ecco, dunque, che i festival più colti diventano luogo di accoglienza e risonanza di opere di grande valore come The Beat Bomb, il documentario di Ferdinando Vicentini Orgnani, presentato alla quarantesima edizione del Torino Film Festival.

L’opera è un viaggio affascinante tra Roma e San Francisco che il pubblico compie insieme a Ferdinando nel mondo della Beat Generation, guidati da un Virgilio d’eccezione: Lawrence Ferlinghetti, poeta, pittore, editore, libraio. È attraverso il suo sguardo liquido, il gesto contenuto, il sorriso dolcissimo che si sviluppa il racconto di quanto è accaduto nel corso del movimento rivoluzionario giovanile dell’ultimo secolo che più investì il mondi dell’arte, dalla poesia alla pittura, dalla letteratura alla musica.

Il racconto descrive l’onda generazionale che in quegli anni alimentò lo spirito di ribellione e il rifiuto nei confronti dei valori tradizionali, soprattuto attraverso il linguaggio artistico e un potente movimento pacifista.

Nel corso del documentario sono le parole di Lawrence a farci rivivere con passione e un po’ di struggimento la potenza del pensiero di quegli anni, a partire dal momento in cui ha aperto la sua piccola libreria insieme al socio Peter D. Martin, figlio di Carlo Tresca, anarchico italiano assassinato per le strade di New York. Un piccolo luogo  che negli Anni ’60 divenne la roccaforte dell’avanguardia artistica americana.

Ogni contributo del documentario è prezioso, come quello di Jack Hirschman che ricorda le improvvisazioni musicali di Charlie Parker e Miles Davis nella 52esima strada: durante la visione sembra di sentire quelle note e appare chiaro, immediatamente, come i due giganti trascrissero in musica la poesia della Beat Generation. Poi, ancora toccante la sua riflessione: “L’avanguardia contemporanea è rappresentata dai poveri del mondo”.

Joanna Cassady, famosa attrice statunitense la cui bellezza il tempo non ha scalfito, legge passi poetici scritti da Gregory Corso e Amanda Plummer si commuove leggendo.

Ferdinando nel 2007 intraprese un viaggio che portò al sodalizio di un’amicizia profonda con Lawrence tanto da generare un lungo, prezioso racconto fatto di immagini, parole e ricordi.

Ferdinando ha risolto perfettamente la scelta della forma dell’opera, problema non solo teorico, che riguarda ogni regista nel momento in cui affronta il proprio processo produttivo teorico. Lui ha scelto il linguaggio filmico diretto, quello che riproduce eventi scevri da un preponderante intervento registico. Il suo documentario si svolge attraverso azioni riprese con mezzi di registrazione sempre non visibili catturando, così, l’autenticità e il profondo senso del racconto.

Nessun artificio, né preparazione, né la possibilità di intervento di “costruzione” o “ripetizione “dell’azione tanto da poter classificare il documentario un evento unico, carico di pathos. Oltre che di memoria.

Paolo Fresu, autore della musica, ha compiuto il consueto miracolo che puntualmente si ripete quando accetta di narrare un’opera.

Toccanti i contributi di Tony Lo Bianco, Michele Placido e Giorgio Albertazzi che, anche in questa circostanza, con le sue parole, ha saputo lasciare un segno:”Alla poesia, la più alta manifestazione dell’ingegno, è delegata la nostra salvezza”.

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