2 Marzo 2024
Roberta Mauti | Lidia ha lottato in un’epoca piena di ostacoli, per superare molti dei quali ancora oggi è necessario continuare a lottare
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Roberta Mauti

La legge di Lidia Poët, nuova serie tv di Netflix interpretata da Matilda De Angelis e diretta da Matteo Rovere e Letizia Lamartire, racconta la storia della prima avvocata d’Italia.

In ogni puntata un caso da sciogliere, un crimine, un’accusa ingiusta risolti dall’intervento di Lidia, detective nella Torino di fine Ottocento.

Tra vie e piazze di una Torino postrisorgimentale si dipanano storie di libertà negata e casi di patriarcato in un Paese, l’Italia, in cui la modernizzazione della società sembra essere sempre molto complicata.

Lidia per scoprire la verità dietro i crimini che le si presentano va contro i pregiudizi e le apparenze che affliggono gli indagati, quel pregiudizio che lei ha sempre dovuto sopportare. Con un velo di leggerezza e in certi momenti anche di ironia la serie racconta una battaglia drammatica: Lidia non può praticare la sua professione in quanto donna.

La legge di Lidia Poët si ispira alla vita della vera Lidia, una donna coraggiosa e determinata che ha fatto la storia del femminismo. E lo ha fatto lottando contro una società maschilista, che l’ha sempre rifiutata.

La Corte spiegò che «sarebbe disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste».

Lidia con la tenacia che la contraddistingueva non si diede per vinta.

La storia sceneggiata nella serie – come le regole della fiction richiedono – è romanzata, ma non rinuncia a un omaggio a una donna che ha contribuito al raggiungimento di diritti fondamentali per la popolazione femminile.

Lidia ha lottato in un’epoca piena di ostacoli, per superare molti dei quali ancora oggi è necessario continuare a lottare. E forse questa serie, che getta una luce su un personaggio poco conosciuto, ha nel suo piccolo la capacità di smuovere le coscienze per andare verso una società ideale, che ancora non conosciamo.

Chi era Lidia Poët?

Lidia Poët nasce il 26 agosto del 1855 a Traverse, un piccolo comune oggi frazione di Perrero (TO). Nata da una famiglia agiata, Lidia, dopo aver frequentato il collegio svizzero di Aubonne e aver conseguito la patente di maestra nel 1871, intraprende gli studi liceali. Nel 1877 ottiene la licenza al liceo “G.B. Beccaria”. Si iscrive poi alla facoltà di giurisprudenza, unica donna, e il 18 giugno del 1881 discute la tesi dal titolo: “Studio sulla condizione della donna rispetto al diritto costituzionale ed al diritto amministrativo nelle elezioni”.

Dopo la laurea Lidia superò l’esame di abilitazione forense e avendo tutti i requisiti previsti dalla legge chiese, prima donna in Europa, l’abilitazione alla professione forense. Il Consiglio dell’Ordine di Torino, in seguito ad una lunga discussione, accolse la richiesta a maggioranza. Fu una decisione storica.

Ma questa decisione fece molto discutere destando scalpore, si accese un dibattito. Con la sentenza del 18 aprile 1884 il Procuratore Generale del Re mise in dubbio la legittimità dell’iscrizione e la Corte d’Appello accolse la richiesta del procuratore, ordinando la cancellazione di Lidia dall’albo. Malgrado il ricorso di Lidia la sentenza fu confermata l’anno successivo.

L’avvocata fu a quel punto radiata in quanto donna: tra le motivazioni proprio l’inadeguatezza del carattere delle donne a ricoprire un tale ruolo, la conferma che le donne dovevano dedicarsi ad altro, ovvero famiglia e figli, oltre al problema dell’abbigliamento femminile che “mal si conciliava con l’austerità della toga”.

Lidia continuò comunque a lavorare nello studio legale del fratello, esercitando la sua professione in modo non ufficiale. Dedicò la sua intera esistenza alla rivendicazione dei diritti di chi non aveva voce: i minori, le donne e i detenuti.

Partecipò ai Congressi Penitenziari Internazionali, in cui i giuristi si interrogavano sulle modalità per recuperare socialmente gli individui, e fu anche grazie alla sua partecipazione che fu superata l’idea che la pena dovesse infliggere sofferenza, andando invece verso un trattamento rieducativo.

Nacquero anche i tribunali dei minorenni, puntando sempre sul reinserimento nella società invece che sull’infliggere una pena, sempre grazie all’operato di Lidia.

A proposito della sua opera per la causa femminile, tenne conferenze in molti Congressi Femminili dove guidò le battaglie per ottenere la piena emancipazione, la parità tra i generi e il diritto di voto. Il primo congresso delle donne italiane a Roma fu nel 1908 e Lidia Poët partecipò attivamente.

Nel 1920, all’età di 65 anni, riuscì a iscriversi finalmente all’Ordine degli Avvocati di Torino grazie ad una legge che aveva aperto alle donne tutte le carriere professionali, esclusa la magistratura. Lidia divenne così la prima donna avvocata d’Italia. Muore il 25 febbraio 1949.

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