16 Aprile 2024
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GD

La crisi del sistema sanitario ci penalizza nella classifica dei Paesi Ocse Mancano infermieri, medici specie nell’emergenza e siamo messi male in posti letto: appena tre ogni mille abitanti .Le strutture sanitarie poi sono vecchie, superate e poco sicure. La fuga dei nostri operatori sanitari è dunque dovuta a bassi stipendi ma anche a luoghi di lavoro ormai diventati inadeguati.

La Costituzione italiana riconosce e tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e come interesse della collettività (art. 32). In relazione a tale principio è stato istituito con la Legge 833/1978 il Servizio sanitario nazionale (SSN), pubblico, basato sui principi di universalità, uniformità e solidarietà. Esso garantisce l’accesso all’assistenza sanitaria a tutti i cittadini, sulla base dei bisogni di ciascuno, senza selezione del rischio. Con la suddetta riforma è stato superato il precedente sistema mutualistico, che assicurava l’assistenza sanitaria ad una parte della popolazione.

La funzione sanitaria pubblica è esercitata da due livelli di governo: lo Stato, che definisce i Livelli essenziali di assistenza (LEA), con le risorse finanziarie necessarie al loro finanziamento, e le regioni, che hanno il compito di organizzare i rispettivi Servizi sanitari regionali  e garantire l’erogazione delle prestazioni ricomprese nei LEA. Nella regolamentazione dei rapporti fra lo Stato e le Regioni, costituiscono strumenti essenziali del sistema di governance: l’obbligo regionale di garantire l’equilibrio nel settore sanitario con riferimento a ciascun anno, tramite l’integrale copertura degli eventuali disavanzi sanitari da parte delle regioni che li hanno determinati; l’obbligo della redazione di un Piano di rientro per le regioni con disavanzi sanitari superiori alla soglia fissata per legge fino al commissariamento, qualora il Piano di rientro non sia adeguatamente redatto o non sia attuato nei tempi e nei modi previsti.

Queste evidenze rafforzano l’esigenza e la strategicità di un monitoraggio costante dell’andamento della spesa sanitaria, nonché l’esigenza di individuare le pratiche migliori che emergono nei diversi modelli organizzativi presenti a livello regionale. I consumi privati hanno assunto un ruolo che non può essere considerato marginale, sia per l’entità delle risorse coinvolte sia per quello che essi rappresentano nei complessi processi di consumo di cittadini-utenti alla ricerca del soddisfacimento dei propri bisogni di salute. I tradizionali rapporti tra pubblico e privato in tutte le dimensioni di funzionamento dei sistemi sanitari dei paesi avanzati hanno, così, subìto cambiamenti ormai strutturali, dovuti a un insieme variegato di fattori. Tra questi, un ruolo da non sottovalutare è quello giocato da una costante espansione delle opportunità di cura che rende, da una parte, impossibile il sostegno pubblico a tutto ciò che è potenzialmente utile per la salute e, dall’altra, diviene difficoltosa la costruzione di gerarchie condivise rispetto alla meritorietà dei diversi consumi (ciò che deve rientrare nel perimetro pubblico e ciò che ne può rimanere fuori).

Il complesso intreccio tra pubblico e privato indebolisce la forza interpretativa dei consueti modelli di rappresentazione. Si tratta, sempre più, di sistemi «ibridi» nei quali un intenso combinarsi delle dimensioni pubblico e privato si accompagna a una progressiva contaminazione tra sistemi. Ancora,si evidenzia un andamento decrescente sia del numero delle strutture di ricovero pubbliche (-0,9%), sia del numero delle strutture private accreditate (-0,3%).Per l’assistenza specialistica ambulatoriale si assiste ad una diminuzione degli ambulatori e laboratori relativi a strutture pubbliche (-0,9%).Andamenti divergenti si evidenziano tra gli erogatori pubblici e quelli privati accreditati sia per l’assistenza territoriale residenziale (-0,8% per il pubblico, +2,3% per il privato accreditato) sia per  l’assistenza territoriale semiresidenziale (-2,4% per il pubblico, +0,5% per il privato accreditato).

Nel terzo paese più anziano al mondo non aumenta la spesa pubblica e nemmeno la spesa privata» Di qui al 2031 saranno pagati 64 miliardi di pensioni in più, ma il finanziamento del Fondo sanitario tra ora e il 2026 cresce di 7 miliardi, meno del prodotto interno lordo. E in parallelo non cresce la domanda dei cittadini di prestazioni private, pagate di tasca loro. L’ impatto della spesa dei cittadini per curarsi è inferiore a quelli registrati nel Regno Unito, come in Francia, Germania e persino Spagna e il trend è molto inferiore alla crescita tendenziale dei prezzi il 50% delle visite specialistiche e il 33% degli esami è pagato dagli italiani o tutt’al più dalla loro assicurazione sulla salute. Per la diagnostica, la spesa privata per visite specialistiche, che era del 42% nel 2019, è passata al 50% del totale nel 2022 mentre per gli esami si è saliti dal 26 al 33%; parallelamente è diminuito dal 43 al 38% l’accesso al Servizio sanitario per le visite e dal 37 al 32% per gli esami specialistici.

Resta in diminuzione la spesa dei cittadini per prestazioni intramoenia, -7% dal 2019. Su tutto una riflessione abbiamo imparato qualcosa dalla Pandemia di Covid? La rete di prima cura della medicina del territorio è realmente in grado di fare da filtro per evitare l’accesso improprio ai Pronto Soccorso? Due le nostre risposte poco o nulla alla prima ed altrettanto alla seconda. Il medico di famiglia deve tornare ad essere il centro del sistema sanitario pubblico, liberandolo dalle troppe incombenze burocratiche che soffocano tutto l’ambito sanitario in genere.

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