La vocazione sociale dell’agricoltura

La vocazione sociale dell’agricoltura

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JB | Una nuova politica del cibo può portare a nuove politiche di inclusione  sociale capaci di garantire valore economico e servizi alla persona, soprattutto in aree rurali a bassa densità abitativa. È la sfida del social farming, dell’agricoltura sociale, che dagli anni Settanta in Europa tenta di coniugare imprenditorialità e nuove forme di welfare per bambini, anziani, portatori di handicap.

Senza dimenticare il recupero professionale delle fasce disagiate della popolazione, spesso escluse dai cicli produttivi della comunità.

I modelli di agricoltura stanno cambiando in tutto il mondo e nei prossimi anni il social farming giocherà un ruolo fondamentale. Ne sono convinte le amministrazioni delle Città del Bio, che al Forum Mondiale dello Sviluppo Economico di Torino hanno messo a confronto esperienze, buone pratiche e interventi sul territorio.

L’area del Torinese da questo punto di vista è un vero e proprio laboratorio. La Regione Piemonte ha varato una legge, la 2/15, che ridefinisce il concetto di “agriturismo” e va incontro a nuove forme imprenditoriali. Meno investimenti per avviare l’attività di accoglienza e ristorazione a fronte di un impegno preciso dei gestori dell’agriturismo: almeno l’85% dei prodotti trasformati e utilizzati nella struttura devono provenire dal territorio o al massimo essere comunque made in Piedmont. Novità anche per la ristorazione collettiva, una voce che vale 7 miliardi di euro all’anno. Verranno premiate le mense e i fornitori che utilizzaranno materie prime locali e stagionali, prodotte da aziende che impiegano lavoratori con disabilità.

Principi, quelli della legge regionale, già messi in pratica da Solidarietà Sei, cooperativa che nelle campagne di Carmagnola lavora ormai da due anni su un progetto di agricoltura sociale. A beneficiarne sono giovani madri, adolescenti, portatori di handicap fisici e psichici. Fondamentale -spiega Dario Anchisi- la rete di competenze che si è attivata intorno al progetto. Prima ad essere coinvolta la Scuola Agraria di Carmagnola con una convenzione di stage per gli studenti dell’ultimo anno. Poi l’Università di Torino, che ha messo a disposizione un rivercatore della facoltà di Agraria. La cooperativa ha potuto così insegnare a coltivare la terra con l’aiuto di agricoltori professionali. Per ora l’attività è limitata a quattro serre ma ha messo in moto un vero circuito virtuoso, anche grazie all’interazione con i residenti delle frazioni vicine. “Puntiamo a insegnare un mestiere -dicono i responsabili di Solidarietà Sei- a diventare imprenditori e datori di lavori attenti alle necessità delle persone”.

La popolazione mondiale cresce, nel 2050 saremo dieci miliardi di persone. Per nutrire il pianeta Terra servirà un’agricoltura con basi e concetti nuovi, capace di rispondere a più esigenze e non più solo a quella primaria e fondamentale della nutrizione. Una risposta arriva già oggi dal cibo civile: uno “smart food” -lo definisce Francesco di Iacovo dell’Università  di Pisa- che grazie a nuovi modelli di sviluppo sia capace di assolvere alla funzione ambientale di preservare l’ecosistema e alla funzione sociale di prendersi cura a più livelli della comunità.

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JB

Journalist and videoreporter | https://about.me/jacopobianchi

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