L’acquisto solidale diventa 2.0

L’acquisto solidale diventa 2.0

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Deborah Pedone | In Italia i primi Gruppi di Acquisto Solidale nascono negli anni ’90 e da fenomeno locale riescono a crescere e a creare -nel giro di pochi anni- una vera e propria rete nazionale, Retegas.org, che collega 900 Gas sparsi per tutta la penisola, una ventina solo nel torinese. Alla base di quella che fin da subito si caratterizza per essere una nuova forma di economia solidale c’è il principio di solidarietà tra cittadini-consumatori, che si organizzano per comprare all’ingrosso e ridistribuire tra loro una grande quantità di prodotti diversi. L’idea è quella di promuovere l’acquisto di prodotti locali, ridurre l’impatto del trasporto merce e dell’imballaggio, incentivare l’attività dei piccoli produttori e il consumo di prodotti biologici, ecologici ed ecocompatibili, accorciando la distanza tra produttori e consumatori.

La legge 244/2007 riconosce il loro ruolo a tutti gli effetti: «sono definiti “gruppi di acquisto solidale” i soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi, senza applicazione di alcun ricarico, esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche, di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale, in diretta attuazione degli scopi istituzionali e con esclusione di attività di somministrazione e di vendita». Non nascono come gruppi di risparmio ma scegliere di rivolgersi direttamente ai produttori comporta una riduzione del prezzo rispetto ad un prodotto acquistato in negozio, senza perdere di  vista, però, l’importanza della qualità dei prodotti.

Fino al secolo scorso, la principale forma di condivisione legata a questa esperienza era il passaparola. Nell’era di Internet anche i GAS diventano 2.0 È quello che ha fatto l’Alveare che dice si! una piattaforma che mette in comunicazione i produttori a km zero con i consumatori locali. Fondata da Eugenio Sapora nel 2014, sulla scia dell’esperienza francese La Ruche Qui Dit Oui!, si pone l’obiettivo di creare un nuovo modello di produzione e distribuzione, meno invasivo per l’ambiente. Il progetto fa parte di The Food Assembly, il movimento europeo portavoce di questa economia.

Dell’Alveare fanno parte i produttori, che fissano il prezzo di vendita e il numero minimo di quantità di merce, al di sotto del quale non si può procedere alla  vendita. Una scelta, questa, legata alla volontà di  non svalutare il lavoro e il prodotto. Quando il numero minimo di ordinazioni viene raggiunto, l’Alveare ha detto si! I gestori dell’alveare pianificano e gestiscono la consegna dei prodotti, creano eventi e visite guidate nelle aziende agricole per creare un vero e proprio network. Infine ci sono i “membri” dell’alveare, i consumatori. Fanno la spesa comodamente da casa, registrandosi al sito e entrando a far parte dell’alveare. Per ritirare i prodotti, i membri si recano direttamente sul luogo che, per un’ora a settimana, si trasforma in un centro di scambio ed incontro: si tratta di bar, scuole, piazze, case, terrazze…

Il progetto nasce a Torino con l’Alveare Madre, che gestisce la piattaforma e sostiene le altre filiali. Si è diffuso in tutta Italia e si è trasformato in una vera e propria Start-up, in collaborazione con il Politecnico di Torino. È un’idea che mette insieme innovazione, aggiunta di valore ai prodotti locali e vitalità dei quartieri, ma la vera differenza dell’Alveare che dice si! sta nella compresenza di consumatori e produttori: gli uni possono porre domande sui loro acquisti ai produttori , realizzando una collaborazione impossibile per la grande distribuzione.

La start-up è stata premiata lo scorso 18 ottobre al Green Pride di Torino (ne abbiamo parlato qui). Presentando il progetto, il fondatore Eugenio Sapora ha lasciato parlare i numeri: da Torino a Ragusa sono 150 gli alveari presenti sul territorio italiano, a Torino ne esiste ormai uno in ogni quartiere.

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