Direzione Torino

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JB | VIDEO | Torino è in trasformazione, per qualcuno è una città che ha smarrito negli ultimi dodici mesi la direzione da seguire. Deve scegliere quale modello di città vuol diventare e soprattutto togliersi dall’incertezza. A sollevare la discussione è stato un editoriale di Luigi La Spina pubblicato sul quotidiano La Stampa. Noi ne abbiamo parlato nelle scorse settimane (leggi qui) con Valentino Castellani, sindaco di Torino per due mandati dal 1993 al 2001 e presidente del TOROC, il comitato organizzatore dei XX Giochi Olimpici Invernali del 2006. A distanza di qualche giorno torniamo a parlare del futuro di Torino e delle opportunità che attendono la città dal prossimo anno.

Professor Castellani, il Rapporto Rota, annuale bollettino sullo stato di salute della città, quest’anno ha detto che la trasformazione di Torino da città manifatturiera a città di servizi e di cultura non è compiuta. Le nuove vocazioni non compensano la crisi di quelle vecchie. Questo per lei che cosa significa?

Nel 1993 cominciammo a ragionare sul futuro di Torino mettendo nero su bianco il primo Piano strategico. In quel documento ipotizzavamo che sarebbe stata necessaria una generazione per cambiare volto alla città, sarebbero cioè serviti non meno di 25 anni. In tutte le metropoli un cambiamento così radicale richiede tempo. Ebbene, quel tempo è passato ma purtroppo nel 2008 abbiamo dovuto fare i conti con una crisi finanziaria globale che ha rallentato, se non addirittura bloccato tutto il processo. Noi ci troviamo ancora nel pieno della trasformazione e fermarsi adesso vorrebbe dire buttare via 20 anni e dover ricominciare da capo. La crisi ha colpito duro, ma è necessario che Torino abbia ben chiaro il suo obiettivo e faccia di tutto per raggiungerlo.

Quale potrebbe essere un obiettivo concreto, alla portata della città?

Veniamo da una storia fatta dalle aziende manifatturiere e il futuro può essere legato a una manifattura intelligente, declinata con le nuove tecnologie. Quella che oggi chiamano industria 4.0. Non più la manualità organizzata di stampo fordista, ma la contaminazione tra telecomunicazione e informatica, applicata alla produzione di nuovi beni. Torino ha queste potenzialità, sono nel suo DNA, questa cultura le appartiene. Ma serve un lavoro di squadra.

Chi dovrebbe entrare in questa squadra?

Gli imprenditori, con la voglia di investire. La politica, con l’intenzione di semplificare la burocrazia e creare i presupposti per la ripresa. E il contesto, che non può prescindere dai collegamenti con l’Europa.

Vuol dire accelerare la conclusione della linea del TAV, i collegamenti ad alta velocità tra Torino e Lione?

Sì, è necessario. Essere contro un progetto come quello dell’alta velocità tra Italia e Francia vuol dire tagliarsi fuori dalle connessioni di rete con l’Europa. Il progetto, per così come è stato pensato e realizzato fino a ora, può anche non essere il migliore dei progetti possibili ma chiamarsene fuori, a mio avviso, è un errore. Bisogna rimanere al tavolo della discussione per poter prendere le decisioni.

Il Rapporto Rota parla anche di un paradosso: Torino è un distretto fatto di centri di ricerca, laboratori, università ma non riesce a tradurre in maniera efficace tutto questo capitale in impresa

La responsabilità è di tutta la classe dirigente. A essere chiamato in causa non è più solo il sindaco. Le istituzioni devono certamente creare le situazioni favorevoli, devono agevolare il contesto ma tocca al ceto imprenditoriale proporre idee e soluzioni. Oggi ci sono patrimoni immobilizzati, che non vengono investiti per mancanza di fiducia. Sono i patrimoni delle seconde generazioni di imprenditori, che a differenza dei loro padri non sentono lo stimolo e non vedono le condizioni favorevoli per continuare a investire su Torino. La fiducia va costruita intorno a una progettualità condivisa. Anche 25 anni fa il senso di sfiducia in città era totale. E c’è voluto tempo per invertire la tendenza.

Lei vede analogie con il 1993? Si può pensare di replicare, in politica e in economia, il modello che il centrosinistra mise in campo in quegli anni?

No, non credo. La storia non torna indietro. Oggi ci sono fenomeni economici e sociali allora sconosciuti. Basta pensare all’immigrazione. Nel 1993 a Torino c’era un 1% di popolazione immigrata. Oggi le cifre e i problemi sono decisamente diversi. Quello che è stato fatto nel 1993 oggi, tutt’al più, può essere considerato come un metodo. Da declinare e calare nella realtà del 2017.

Guarda l’intervista a Valentino Castellani

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JB

Journalist and videoreporter | https://about.me/jacopobianchi

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