“Tenco in Jazz 2.12 Circolo Ai 3 Bicchieri” per ricordare uno dei più grandi cantautori italiani

“Tenco in Jazz 2.12 Circolo Ai 3 Bicchieri” per ricordare uno dei più grandi cantautori italiani

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Luigi Tenco (Cassine, 21 marzo 1938Sanremo, 27 gennaio 1967) è stato un cantautore, attore, poeta, compositore e polistrumentista italiano (Fonte Wikipedia).

Le sue canzoni più famose verranno riproposte in una serie di concerti dal quartetto del pianista Nino La Piana ( Matteo Brancaleoni group e molto altro) Prima serata al Circolo Ai Tre Bicchieri di via Ignazio Giulio 29 il 2 Dicembre ore 21

Tenco è considerato da alcuni critici come uno dei più importanti cantautori italiani.[3][4] Insieme a Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese, i fratelli Gian Franco e Gian Piero Reverberi e altri, fu uno degli esponenti della cosiddetta “scuola genovese“, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana a partire dagli anni sessanta[5][6][7].

La sua morte, avvenuta a soli 28 anni nell’albergo Savoy di Sanremo durante l’edizione del 1967 del Festival della canzone italiana, fu un evento di cronaca che segnò indelebilmente il panorama musicale e culturale italiano, portando alla nascita del Club Tenco, che tutela la memoria dell’artista e della canzone d’autore.[8]

Biografia

«La mia più grande ambizione è quella di fare in modo che la gente possa capire chi sono io attraverso le mie canzoni, cosa che non è ancora successa.»
(Luigi Tenco, intervista con Sandro Ciotti, 1962[9])

Infanzia

«Non si vive per riuscire simpatici agli altri. A me i soldi, il successo, non interessano, li lascio a quelli più furbi di me in questo genere di cose.»
(Luigi Tenco)

Luigi nacque da una relazione extraconiugale della madre, Teresa Zoccola (1906-1977), appena separata dal marito e cameriera presso una famiglia di notabili molto benestante di Torino, la famiglia Micca. Rimane incerta l’identità del padre naturale, identificato alternativamente in Ferdinando Micca[10] (1921-1983), il figlio sedicenne della famiglia stessa[11][12] o Carlo Micca (1918-1985).[13]

La madre Teresa scappò da Torino ancora incinta, per ritornare a Cassine (AL), nel Monferrato, sempre in Piemonte, il paese dove abitava precedentemente, nella casa di corso Garibaldi 10, dove partorì Luigi. Il neonato prese quindi il cognome del marito della madre, Giuseppe Tenco, il quale, tuttavia, morì prima che lui nascesse a causa di un incidente nella stalla[14], il 21 settembre 1937[15]. I due coniugi avevano già un loro precedente figlio, Valentino (morirà nel novembre del 1997). Ferdinando Micca, nel frattempo, aveva tentato di riconoscere suo figlio biologico già subito[16], ma suo padre glielo impedì. Ferdinando si sposerà poi con un’altra donna, e non avrà più altri figli[17][18]. Luigi Tenco trascorse la sua prima infanzia tra i paesi di Cassine, Maranzana e Ricaldone (i paesi originari della madre e dei nonni), ma scoprirà, qualche anno più tardi, che Giuseppe Tenco non era il suo vero padre. La notizia, oltre a sconvolgere il ragazzo, causerà l’allontanamento dei nonni Tenco (che erano ignari del fatto) dalla stessa famiglia materna di lui.[19]

Gli inizi a Genova

«Quando un Paese riesce a esprimere in chiave moderna una sua musica tipica, per un certo periodo di tempo il mondo intero impazzisce. In Italia, purtroppo, il grosso sbaglio è guardare al mercato mondiale e imitarlo. Bisognerebbe prendere melodie tipiche italiane e inserirle in un sound moderno, come fanno i neri con i rhythm and blues o come hanno fatto i Beatles che hanno dato un suono di oggi alle marcette scozzesi, invece di suonare con la zampogna. In Italia si è vittime del provincialismo perché sanno apprezzare solamente quello che viene dall’estero; ed è un provincialismo per di più apprezzato dalla stampa, dalla radio e dalla televisione. Nessuno fa niente per la nostra musica»
(Luigi Tenco)

In questo teso clima di famiglia, mamma Teresa — grazie al sostegno economico dei propri genitori — nel 1948 si trasferì con il piccolo Luigi ed il figlio più grande Valentino in Liguria, a Genova Nervi, in una piccola villetta allora di proprietà del padre Giovanni. Dopo un anno, Teresa cambierà ancora residenza, aprendo un negozio di vini tipici piemontesi chiamato Enos[21], in Via Rimassa, nel quartiere Foce di Genova. Madre e figli si trasferiranno ancora, prima in una casa di via Nizza, presso il quartiere Albaro di Genova, quindi in via Fratelli Canale, nel quartiere collinare di Genova-San Martino.
Terminate le scuole medie presso la “Giovanni Pascoli”, nel 1951 Luigi si iscrisse al Liceo Classico “Andrea Doria”,[22] che frequentò solo un anno, per poi trasferirsi al Liceo Scientifico “Galileo Galilei”, dove conseguì la maturità da privatista nel 1956.

La madre, che nutriva grosse aspettative nei confronti del primogenito Valentino, prospettava anche per Luigi grandi progetti. Nel periodo finale del liceo, lo affidò ad una maestra privata per delle ripetizioni, Sandra Novelli, dalla quale prenderà addirittura domicilio; sarà la stessa Novelli ad introdurlo al pianoforte, che risulterà essere per Tenco una passione inaspettata e un’attitudine naturale. Non solo il ragazzo mostrerà un’innata predisposizione allo strumento, ma comincerà a suonare ed esercitarsi, come autodidatta, in chitarra, clarinetto e sassofono. Luigi apparve molto più intelligente e maturo rispetto alla sua età: fondamentali saranno le sue frequentazioni e brillanti amicizie di quegli anni (19561959), come Ruggero Coppola e Pupi Gatto, presso il ritrovo in via Cecchi, a Genova (in particolare l’Igea bar). Tuttavia, la sua passione per la musica non fu vissuta molto bene in famiglia. Lo zio, Tino Tenco, dichiarò: “Luigi aveva una memoria straordinaria, gli bastava leggere una cosa per ricordarla perfettamente. In seconda media risolveva con disinvoltura complicate equazioni differenziali. A me e alla mamma sembrava logico, inevitabile che proseguisse gli studi fino alla laurea. Sprecare un talento del genere ci appariva un delitto. Ce lo immaginavamo ingegnere, o professore di fisica e di matematica. A quell’epoca cantare non era affatto considerato un mestiere”.[23]

Nel 1956, per assecondare il desiderio della madre e del fratellastro Valentino, si iscrisse al corso di laurea in Ingegneria Elettrotecnica. Superò il primo esame di Disegno Tecnico il 2 giugno 1957, riportando la votazione di 20/30, ma in seguito fallì due volte l’esame di Geometria Analitica e Proiettiva, con il professor Eugenio Giuseppe Togliatti e per due anni non sostenne più esami. Nel 1959 decise di cambiare facoltà, e si iscrisse al corso di laurea in Scienze Politiche. Il 18 giugno 1960 sostenne l’esame di Geografia Politica ed Economica, superato con votazione 24/30. Il 27 giugno sostenne anche l’esame di Sociologia Generale, anch’esso superato con votazione 24/30. Poi non sosterrà più esami e abbandonerà definitivamente gli studi, per dedicarsi completamente alla musica.

La scuola genovese

«Il dato più certo che emergeva dalle canzoni di Luigi, soprattutto da quelle a sfondo sociale e, per chi lo conosceva bene, anche dal suo comportamento e dai suoi discorsi, era una sorta di orrore per l’ingiustizia: di solito però questo disgusto per l’ingiustizia, soprattutto sociale, era accompagnato da una ferma volontà di cambiare le cose e questo secondo dato, sicuramente positivo, era quello che lo faceva agire, scrivere canzoni, lo sollevava da un certo pessimismo di fondo, lo confortava di un certo ottimismo.»
(Fabrizio De André)

[24] La sua passione per la musica, incominciata già da adolescente nel 1953 fondando il gruppo musicale Jelly Roll Boys Jazz band (composta da Danilo Dègipo alla batteria, Bruno Lauzi al banjo, Alfred Gerard alla chitarra ed egli stesso al clarinetto), lo fece esordire con alcuni brani cover di Nat King Cole e Kid Ory[25]. Dopo la maturità scientifica, entrò saltuariamente a far parte, come sassofonista[26] del Modern Jazz Group, del pianista Mario De Sanctis, e che vedeva fra i componenti anche un giovanissimo Fabrizio De André alla chitarra elettrica[27]. Una particolare parentesi da citare fu la sua breve amicizia con De André, consolidatasi quando quest’ultimo, nel 1960, attribuì a se stesso la canzone di Tenco intitolata “Quando“, confessando di averlo fatto per conquistare le donne[28]; sette anni più tardi De André gli dedicherà, alla sua morte, la canzone “Preghiera in gennaio[29].

Nel 1957, Tenco fu chiamato da Marcello Minerbi (in seguito fondatore dei Los Marcellos Ferial e arrangiatore per Claudio Lolli in Aspettando Godot) nel Trio Garibaldi, con Ruggero Coppola alla batteria e Minerbi al pianoforte[22]; proprio per il trio, Tenco scrisse la sua prima canzone, la sigla di apertura dell’orchestra[30]. Seguì, nel 1958, la costituzione del gruppo I Diavoli del Rock, con Graziano Grassi, soprannominato Roy, alla batteria, e Gino Paoli alla chitarra.

Il trasferimento a Milano

A partire dal periodo 19581959 circa, la madre Teresa e il figlio Valentino si trasferirono presso casa La Torre di Salita Bastìa, sulle colline di Recco, a circa 20 km da Genova, dove anche Luigi saltuariamente trascorse alcuni periodi.

Tuttavia, nello stesso anno, il giovane musicista dovette trasferirsi a Milano, ospite, con l’amico Piero Ciampi, di Reverberi che, lavorando come arrangiatore alla Dischi Ricordi, lo introdusse come session man alle registrazioni di La tua mano di Gino Paoli e Se qualcuno ti dirà di Ornella Vanoni. Dalla casa di Reverberi si trasferì, con Ciampi, alla Pensione del Corso di Galleria del Corso 1, dove alloggiavano anche Gino Paoli, Sergio Endrigo, Franco Franchi (il cantante, non l’attore), Bruno Lauzi e altri celebri artisti[31] che, spesso, si esibivano al noto “Santa Tecla Club“.

Nel periodo milanese riuscì a ottenere un contratto discografico con la Dischi Ricordi, in veste di cantante, e il suo esordio fu nel 1959 col gruppo I Cavalieri, che gravitava intorno alla casa discografica Tavola Rotonda, sotto etichetta della Ricordi, da cui il nome, e del quale facevano parte Gian Franco Reverberi, Paolo Tomelleri, Enzo Jannacci e Nando de Luca. Qui incise un EP con quattro brani, Mai/Giurami tu/Mi chiedi solo amore/Senza parole (che vennero anche pubblicati suddivisi in due 45 giri), pubblicato a nome «Tenco». Dopo questa incisione, Tenco adottò gli pseudonimi di “Gigi Mai”, “Dick Ventuno” e “Gordon Cliff”, chiedendo allo stesso Nanni Ricordi di non apparire con il suo vero nome per non subire danni d’immagine, essendo studente di scienze politiche e iscritto al Partito Socialista Italiano[32]. Come accadrà a molti altri artisti e intellettuali italiani, considerati dagli intolleranti dell’epoca appartenenti a una certa “sinistra” eccessivamente contestatrice e rivoluzionaria, Tenco verrà schedato e inserito nella cosiddetta “lista nera” del SIFAR, ritrovata poi nei cosiddetti “fascicoli[33].

La carriera

«Io compromessi non ne ho fatti mai, con nessuno, perché non ne so fare, non riesco a venire a patti con la coscienza, cioè con certe mie convinzioni. Io sono come sono. Eppoi la mia non è una protesta che nasce intellettualmente, con il fatto di dire adesso io … Cioè io insomma le canzoni come le fa Gianni Morandi non le so fare.»
(Luigi Tenco al “Beat 72”, Roma, 1966)

A maggio 1961 fu in gara con Una vita inutile alla Sei giorni della canzone 1961, tuttavia non qualificandosi alla fase finale. Nell’estate 1961, Tenco partì per la sua prima tournée in Germania, in compagnia di Paolo Tomelleri, Gian Franco Reverberi, Giorgio Gaber e Adriano Celentano. Lo stesso autunno uscì il suo primo 45 giri, inciso come solista e con il suo vero nome, intitolato I miei giorni perduti. Nel 1962 invece, cominciò una breve esperienza cinematografica, con il film La cuccagna, di Luciano Salce (con Donatella Turri tra gli interpreti), pellicola nella quale cantò il brano La ballata dell’eroe, composta dall’amico De André. Il primo 33 giri di Tenco uscì proprio quell’anno: conteneva successi quali Mi sono innamorato di te e Angela, ma anche Cara maestra, che non fu ammessa all’ascolto dalla Commissione per la censura (per quest’ultimo brano fu allontanato dalle trasmissioni RAI per due anni). Sempre negli anni sessanta strinse un’amicizia importante con il poeta anarchico genovese Riccardo Mannerini.

Nel 1963 si ruppe l’amicizia con Gino Paoli, a causa della relazione di questi con la giovane attrice Stefania Sandrelli, che Tenco non approvava, perché anche lui aveva avuto, nel frattempo, un breve rapporto sentimentale con lei. Pare che Tenco avesse avuto questa relazione per tentare di salvare il matrimonio dell’amico il quale, a sua volta, aveva tentato il suicidio di recente sparandosi al torace, allontanandolo dalla giovane[34] (anche se questa versione fu poi smentita dallo stesso Paoli[35] in un’intervista del 2017). Poco prima Tenco aveva abbandonato la Dischi Ricordi, per passare alla Jolly. Nel settembre dello stesso anno, le sue canzoni Io sì e Una brava ragazza furono nuovamente bloccate dalla censura. Agli inizi del 1965, Tenco fa la sua seconda apparizione cinematografica, nel film musicale 008: Operazione ritmo, di Tullio Piacentini, distribuito con successo in tutta Italia.

Nello stesso anno (1965), dopo vari rinvii per motivi di studio, fu chiamato per il servizio militare obbligatorio nei Lupi di Toscana di Scandicci; dichiaratosi antimilitarista convinto, riuscì a terminare il servizio grazie a vari ricoveri ospedalieri dovuti a una forma di ipertiroidismo, riuscendo a congedarsi nel marzo 1966. Diviso tra Recco, Genova e Milano, il giovane Tenco si trasferì infine a Roma, dove firmò un contratto con la RCA Italiana. Nella capitale, inciderà il brano Un giorno dopo l’altro, che diventerà la sigla dello sceneggiato televisivo Il commissario Maigret. Altri successi dell’epoca furono Lontano, lontano (in gara a Un disco per l’estate 1966), Uno di questi giorni ti sposerò, E se ci diranno, Ognuno è libero[36].

A Roma conobbe la cantante italo-francese Dalida, con la quale ebbe una relazione, contemporanea forse a quella con un’altra ragazza, di nome Valeria, la quale, incinta, perse il figlio dopo che fu investita da un’automobile[37]. Nello stesso periodo, Tenco collaborò anche con il gruppo beat The Primitives, guidato da Mal, per i quali scrisse, in collaborazione con Sergio Bardotti, il testo italiano di due canzoni: I ain’t gonna eat my heart out anymore, che diventò il grande successo italiano Yeeeeeeh!, e Thunder ‘n’ Lightnin, qui tradotta in Johnny no! e contenuta nell’album del gruppo Blow Up.

Festival di Sanremo 1967

Luigi Tenco durante Sanremo ’67, poche ore prima del suicidio
«Canterò finché avrò qualcosa da dire e quando nessuno vorrà più ascoltarmi bene, canterò soltanto in bagno facendomi la barba ma potrò continuare a guardarmi nello specchio senza avvertire disprezzo per quello che vedo.»
(Luigi Tenco)

Nel 1967 si presentò (Fabrizio De André sostenne che non ne era affatto entusiasta, e che andò controvoglia[38]) al Festival di Sanremo con la canzone Ciao amore ciao, cantata, come si usava a quel tempo, da due artisti separatamente (in questo caso si trattava dello stesso Tenco e di Dalida).
In realtà, il brano aveva inizialmente un altro testo e un altro titolo, Li vidi tornare (il provino con il testo originale venne pubblicato qualche anno dopo in un’antologia della RCA Lineatre), ma Tenco decise di modificare le parole originali di tono antimilitarista (“dicevano domani / domani torneremo / Chiedevo alla gente / quando torneranno / la gente piangeva / senza dirmi niente“) per non incorrere nella censura, poiché parlavano di alcuni soldati che partivano per la guerra e riprendevano in parte i versi della poesia di Luigi Mercantini La spigolatrice di Sapri sulla sfortunata spedizione di Sapri di Carlo Pisacane (“Erano trecento / erano giovani e forti“). Soltanto il ritornello (“ciao amore, ciao amore, ciao”) era uguale. Il testo presentato invece era una canzone d’amore sul dramma dell’Italia contadina costretta a urbanizzarsi. In qualche modo aveva ripreso le stesse tematiche di Pasolini (“in un mondo di luci, sentirsi nessuno“). Il brano di Tenco non venne apprezzato dalle giurie del Festival e non fu ammesso alla serata finale, classificandosi al dodicesimo posto. Fallito anche il ripescaggio, dove fu favorita la canzone La rivoluzione di Gianni Pettenati, pare che Tenco sia stato preso dallo sconforto. Già poco prima di salire sul palco, la sera del 26 gennaio, Tenco parlò con l’allora conduttore del Festival, Mike Bongiorno,[39] e secondo Anselmi disse:

«Questa è l’ultima volta.[40]»

E, a queste parole, Bongiorno rispose con le seguenti:

«L’ultima volta che canti un brano fox…»
(Mike Bongiorno[40])

L’esibizione di Ciao amore ciao da parte di Tenco fu condizionata dall’assunzione di un farmaco e di un alcolico[40] (una grappa alle pere)[39], tanto che lo stesso maestro Gian Piero Reverberi fece fatica a seguire il cantautore[39]. La cognata Graziella, invece, dichiarò che l’esecuzione lenta fu una scelta di Tenco stesso, in polemica con la versione di Dalida, da lui giudicata una “marcetta”, e che ne aveva parlato nel pomeriggio a Reverberi, il quale però rifiutò di cambiare l’arrangiamento. Tenco allora decise di fare per conto suo, eseguendo il brano con ritmo lento, a rischio di apparire fuori tempo.[41] La stessa Dalida ebbe invece modo di lamentarsi dietro le quinte, pronunciando le seguenti parole: «Così mi rovina la canzone»[40].
L’eliminazione fu comunicata a Tenco mentre il cantautore stava dormendo su un tavolo da biliardo[39]; appena saputo dell’eliminazione definitiva del suo brano, prima riconfermò di volersi dedicare solo alla carriera di compositore e abbandonare quella di interprete, poi se la prese con Marcello Minerbi del gruppo Los Marcellos Ferial, imputandogli di essere stato colui che l’aveva introdotto nel mondo della musica e con l’amico Piero Vivarelli[39]. A prendere con maggior filosofia l’eliminazione di Ciao amore ciao fu invece Dalida, che invitò Tenco a un brindisi.[39] Il cantante infine se ne andò contrariato.

I nastri dell’ultima esibizione (come di altri cantanti) di Luigi Tenco del 26 gennaio 1967 andranno perduti negli archivi RAI; rimasero solo fotografie, la registrazione filmata delle prove, e la registrazione audio originale fu recuperata in seguito grazie all’archivio radio.[40]. Nel 2017 fu diffuso il filmato della puntata finale del 28 gennaio 1967 (dove non si fa cenno del suicidio del cantante), grazie a una registrazione estera recuperata tramite la diffusione in “Eurovisione[42].

Una foto di Tenco scattata durante il Festival di Sanremo.

La morte

«Perché scrivi solo cose tristi? – Perché quando sono felice esco.»
(Luigi Tenco)
Tomba Luigi Tenco a Ricaldone

Da quel momento le informazioni sono più frammentate. Secondo l’ultima ricostruzione dei giornalisti Ragone e Guarneri, Luigi Tenco si recò nella sua stanza all’hotel Savoy, la 219, ed effettuò due telefonate: la prima a Ennio Melis (capo della RCA) non ottenne risposta, la seconda a Valeria (sua presunta fidanzata dal 1964) ebbe buon esito.[43] I due parlarono di progetti, di intenzioni da realizzarsi a breve, di rincontrarsi il giorno dopo e di partire per il Kenya, e Luigi Tenco — secondo quanto avrebbe riferito la stessa Valeria ad alcuni giornalisti nel 2002 — asserì di avere scritto dei fogli con nomi e cognomi denunciando «fatti che vanno ben al di là della manifestazione».[44] La telefonata sarebbe terminata all’una di notte del 27 gennaio. Un’ora dopo, il corpo di Tenco verrà ritrovato da Dalida nella stanza 219. Valeria rivelerà che, nel corso della telefonata ricevuta da Luigi nella notte del 26 gennaio, il cantante, visibilmente irritato, le aveva detto di voler tenere all’indomani una conferenza stampa per denunciare la combine delle scommesse clandestine che incombeva sul Festival, facendo nomi e cognomi, e che avrebbe buttato giù due righe come promemoria.[45]

I primi a rinvenire il cadavere furono, presumibilmente, il suo amico Lucio Dalla, e successivamente la stessa Dalida con cui, soltanto qualche ora prima, aveva cantato al Salone delle feste del Casinò di Sanremo. L’ultimo a immortalare vivo il cantante fu il fotografo e giornalista Renato Casari, nella tarda serata; Tenco appare sorridente a una battuta del fotografo, ma con lo sguardo assente: l’originale di questa foto è attualmente conservato nella casa del fotografo (scomparso il 17 novembre 2010 in una casa di riposo a Lecco), a Mandello del Lario[46]. Il corpo riportava un foro di proiettile alla testa, l’entrata del foro era sulla tempia destra, quello d’uscita era sulla tempia sinistra[47]. Apparentemente nessuno sentì lo sparo. Venne trovato un biglietto scritto a mano, che più perizie grafologiche hanno poi consentito di attribuire allo stesso Tenco, contenente il seguente testo:

«Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.»

Questo fece subito pensare al suicidio come spiegazione della morte, tanto più che Tenco aveva acquistato una pistola l’anno precedente per difesa personale. Tuttavia, per molti decenni, sono sussistiti dubbi: Tenco aveva inoltre sostenuto che poche settimane prima, a Santa Margherita Ligure, due automobili, dopo averlo speronato, avevano tentato di mandarlo fuori strada, senza alcun motivo apparente. Per questi e per altri motivi, dopo anni di pressioni esercitate da una parte della stampa e dal fratello Valentino, il 12 dicembre 2005, a trentotto anni dai fatti, la procura generale di Sanremo ha disposto la riesumazione della salma per effettuare nuovi esami (per la prima volta viene eseguita un’autopsia) che il 15 febbraio 2006 hanno confermato l’ipotesi del suicidio[48], chiudendo definitivamente il caso.

La famiglia, dopo il 2006, affermò, tramite la nipote Patrizia Tenco, di condividere la tesi ufficiale come veritiera, considerando speculazioni le altre ipotesi[49]. Anche i colleghi Bruno Lauzi, Gino Paoli e Ornella Vanoni (così come l’amico Fabrizio De André) sostennero la tesi del suicidio come verosimile: Tenco era rimasto turbato dal tentativo di suicidio con arma da fuoco di Paoli stesso nel 1963, prima di rompere la loro amicizia, e negli ultimi giorni di vita aveva fatto allusioni a un “epilogo drammatico”. Lauzi disse in seguito che Tenco, sebbene non fosse depresso, in momenti di sconforto gli aveva più volte detto di volersi sparare.[50] Inoltre la sera della morte era apparso stravolto anche prima di esibirsi, mentre dopo, secondo Ezio Radaelli, “aveva lo sguardo strano di chi era già in un altro mondo”.[51] Paoli e la Vanoni (presente al Festival) affermano che, quella sera, per smaltire la delusione dell’eliminazione, Tenco avesse bevuto cognac o whisky e assunto di nuovo molte pastiglie di Pronox, un tranquillante appartenente alla classe dei barbiturici (nella stanza ne fu ritrovata una scatola vuota[52]) che tra gli effetti indesiderati ha il possibile aumento di ideazione suicida[53], e che queste sostanze gli avessero causato uno stato di forte alterazione psicologica, tale da spingerlo al tragico gesto[34][54].

Il 29 gennaio 1967 il cadavere fu trasferito a Recco per essere compianto dalla madre Teresa e dal fratellastro Valentino; da lì, ancora un ultimo viaggio della salma presso i suoi luoghi d’infanzia, dove fu istituita una camera ardente nella casa degli zii di Ricaldone, in provincia di Alessandria.
Tuttavia non vi fu partecipazione dei cantanti o discografici, né alla camera ardente né ai funerali, avvenuti a Ricaldone il 30 gennaio 1967, tranne che per la presenza di Fabrizio De Andrè[55], Michele, i fratelli Gian Piero e Gian Franco Reverberi, Lucio Dalla, Ezio Radaelli[56]. Luigi Tenco fu tumulato nel cimitero di Ricaldone.[57]

Nel 2006 fu confermata l’ipotesi di suicidio[58].

Influenza culturale

La rivoluzione artistica, culturale e sociale di Tenco fu riscontrabile nella volontà di una profonda rottura con la musica tradizionale italiana e la necessità di trattare tematiche all’epoca all’avanguardia quali il sentimento umano nella sua crudezza, l’amore sotto le sue molteplici prospettive, le esperienze esistenziali, fino alla critica sociale come la politica, l’ideologia, i diritti della donna, la guerra e ai temi dell’emarginazione, con forti accenni individualisti e spesso ricollegandosi ai toni dell’esistenzialismo francese, spesso anticipando i temi del sessantotto[59].

Fabrizio De André ha più volte espresso pubblicamente profonda stima e amicizia nei confronti di Tenco, arrivando a dichiarare che “senza Tenco io non ci sarei stato”, e sottolineando il vuoto artistico che Tenco ha provocato con la sua morte.[60]

Secondo il poeta Salvatore Quasimodo, la musica di Tenco volle colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio, oramai dormiente rispetto al cambiamento dell’emergente protesta della critica sociale ai dogmi e alle vecchie tradizioni della società.[61]

Inserito da:

Giorgio Diaferia

Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione,è direttore Sanitario del Centro di Medicina Preventiva e dello Sport del SUISM-Università di Torino. E' docente a contratto in Medicina dello Sport Università di Torino. Dirige lo Stabilimento di Cure Fisiche del CMP e dello Sport del SUISM-UniTo E' medico di medicina generale e giornalista pubblicista.

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