Olimpiadi, una macchina per il consenso

Olimpiadi, una macchina per il consenso

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JB | VIDEO | Una macchina per creare e cementare il consenso. Lo sport è stato anche questo, un (potente) strumento di manipolazione delle masse, una efficace cortina di nebbia per mascherare menzogne e ipocrisie. Un’ambiguità spesso nascosta tra le pieghe dei cerimoniali dei grandi eventi, Olimpiadi e Mondiali di calcio su tutti, a iniziare dalla sapiente manipolazione che il regime nazista fece dei Giochi di Berlino del 1936. Un tradimento di quegli ideali che solo quarant’anni avanti avevano ispirato a Pierre de Coubertin la prima Olimpiade dell’età moderna, la visione tutta romantica delle competizioni sportive capaci di superare barriere e differenze in una Europa già attraversata da rigurgiti nazionalisti.

Simonelli_1Inizia da qui la riflessione di Giorgio Simonelli, docente di storia della Radio e della Televisione all’Università Cattolica di Milano, chiamato sul palco di Passepartout insieme al giornalista Darwin Pastorin e alla medaglia d’oro Livio Berruti per ragionare sulle menzogne che il potere costruisce intorno allo sport. Consenso, menzogna e guerra è infatti il tema scelto per l’edizione 2016 di Passepartout, il festival di storia e filosofia organizzato ogni estate dalla Biblioteca Astense e ogni anno dedicato alla riflessione su un particolare anno del Novecento. Il 1936 -protagonista di questa edizione- è per lo sport l’anno di una grande menzogna, anzi di una doppia falsificazione della realtà. L’aver assegnato a Berlino i Giochi è stato un atto di ipocrisia del Comitato olimpico, un non voler vedere ciò che il Nazismo aveva già ben dichiarato di sé. E il Nazismo, soprattutto con la potente rappresentazione che fece Leni Rifenstahl nel suo film Olympia, strumentalizzò l’evento ricreando un’artefatta ambientazione mitologica, tradendo i simboli dell’antichità greca per renderli funzionali al suo messaggio di superiorità e potenza. E non fu un caso isolato, altre Olimpiadi nascosero momenti di ambiguità: anche Roma 1960 quando -ricorda Simonelli- gli atleti tedeschi furono fatti sfilare sotto un’unica bandiera nonostante la Germania fosse divisa tra Repubblica federale e Repubblica democratica. Un gesto di fratellanza e amicizia era in realtà un’abile mossa politica: in un mondo diviso in due blocchi il messaggio era chiaro, il Comitato olimpico (guidato dallo statunitense Avery Brundage) non riconosceva la divisione e non legittimava l’influenza sovietica sulla Germania est. Sempre la Guerra Fredda fu responsabile dei boicottaggi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984, edizioni disertate dagli Stati Uniti la prima e dall’URSS la seconda. Prima ancora però ci fu un altro boicottaggio, questa volta etico. A Montreal 1976 le Nazioni africane abbandonarono i Giochi subito dopo la cerimonia di apertura perché il Cio non aveva estromesso la Nuova Zelanda. Il motivo, la nazionale neozelandese di rugby aveva disputato una gara in Sudafrica contro la nazionale sudafricana nonostante l’esclusione proprio del Sudafrica da tutte le competizioni internazionali a causa dell’aparthied, il regime di segregazione razziale che fino agli anni Novanta discriminava la popolazione indigena.

Le Olimpiadi come cartina al tornasole di ottant’anni di storia contemporanea, con lo sport  specchio fedele della società con i suoi slanci etici e le basse meschinità della ragion di stato.

 

Guarda il video dell’intervento di Giorgio Simonelli

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JB

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