Salone del Libro, un orgoglio tutto torinese

Salone del Libro, un orgoglio tutto torinese

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Jacopo Bianchi | Il Salone del Libro di Torino chiude i battenti e si gode i suoi quasi 166mila visitatori, 38mila in più rispetto all’edizione 2016. Azzerata dunque la partenza ad handicap nei confronti della kermesse milanese, che è stata superata nei numeri e nei contenuti.

«Una riscossa possibile grazie a una equipe pazzesca», il commento del presidente Massimo Bray. Dello stesso tenore le prime parole del direttore Nicola Lagioia: «al Salone è accaduto qualcosa che riguarda l’idea di comunità, di trovarsi insieme, fare esperienza attraverso la cultura e i libri, dare la prova che in Italia si possono fare cose che diventano modello per altri Paesi». Che aggiunge un pensiero per chi non c’era: «aspettiamo a braccia aperte i grandi gruppi editoriali, che quest’anno non sono venuti».

L’edizione numero trenta sarà ricordata per le file all’ingresso che non si vedevano da un decennio, per la costante partecipazione di pubblico e per la soddisfazione degli editori. Ne abbiamo parlato con Antonio La Banca, coordinatore del portale ProntoLibri.net dedicato all’editoria indipendente piemontese.

Qual è il sentimento di queste ultime ore di Salone? L’orgoglio. Ma un orgoglio misurato. Siamo sicuri di aver fatto bene quest’anno e di aver seminato bene nel corso degli anni passati. Il salone continua a radunare il popolo dei lettori e degli aspiranti lettori di tutta Italia.

Torino e il suo Salone si sono dunque confermati attrattivi, come negli anni scorsi? Sì, certamente. È qui che pubblico, autori e personaggi della filiera produttiva del libro si incontrano. Torino ha ancora una priorità su scala nazionale, è il polo dove si concentrano le diverse figure professionali dell’editoria. Qui possono confrontarsi, far nascer e condividere nuove idee.

Mai abbassare la guardia. Su che cosa bisogna ancora lavorare? Prima di tutto bisogna concentrare attenzione ed energie sulla percentuale di lettori italiani, che tende a scendere. Noi, proprio perché siamo piccoli editori, siamo forse più vicini al territorio e agli autori. Vorremmo produrre e offrire libri senza quell’enfasi che spesso viene creata intorno a un nuovo titolo o uno scrittore. Un’enfasi che a volte spaventa e allontana chi vorrebbe iniziare a leggere ma si sente escluso perché non conosce nomi e cognomi del mondo dell’editoria.

Che momento stanno attraversando le case editrici piemontesi? Sono numerose e diverse, per dimensioni e linee editoriali. Hanno in comune il fatto di essere vicine al territorio e sanno sfruttare questa loro peculiarità. Il territorio diventa al tempo stesso argomento dei libri e motivo di attrazione per gli autori. Il territorio, con le sue tante storie, è materia di saggi e narrativa. È qualcosa di sempre vivo e diverso e ci apre all’Italia e al mondo.

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