In Punta di Coda | La Vivisezione – seconda parte

In Punta di Coda | La Vivisezione – seconda parte

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Gilberto Germani | Presidente Enpa Saronno | Continuiamo a spiegare cosa è la vivisezione, quali sono gli interessi commerciali e carrieristici che ruotano intorno all’orrore, alla sofferenza, alla costrizione che ogni specie animale subisce in nome di questa scienza, o pseudo tale, che risponde al nome di vivisezione.

L’errore metodologico persevera Nel XIX secolo il chimico e biologo francese Luis Pasteur (1822-95) diede tre importanti contributi alla scienza medica senza ricorrere all’uso di animali: la sterilizzazione, la pastorizzazione e la teoria dei germi della malattia. Grazie all’osservazione postulò che le malattie si trasmettono da una persona all’altra per contatto attraverso dei microrganismi.

Pasteur cercò poi un vaccino contro la rabbia sperimentando su cani. Sugli esseri umani, però, il vaccino non funzionava e poteva perfino essere mortale. L’unico successo che Pasteur ottenne con la sperimentazione animale fu a beneficio degli animali stessi. Pasteur studiò l’antrace negli ungulati e il colera nei polli e trovò i vaccini per prevenirli.

Contemporaneo di Pasteur era il batteriologo tedesco Robert Koch (1834-1911). Koch formulò sei postulati per stabilire se un certo agente patogeno poteva essere considerato la causa di una certa malattia. Uno dei postulati stabiliva che il microrganismo doveva indurre la medesima malattia quando inoculato negli animali. Koch venne però smentito dai suoi stessi esperimenti. Usando tessuti umani infetti dal colera, osservò che i topi bianchi non contraevano la malattia. Sperimentando su altri animali, non riuscì mai a riprodurre qualcosa di simile al processo del colera conosciuto nell’uomo. Messi da parte i topi e grazie al microscopio, Koch scoprì l’agente patogeno del colera. A quel punto fu sua opinione che se anche un giorno si fosse riusciti a ricreare negli animali qualcosa di simile al colera, ciò non avrebbe aggiunto nulla di nuovo alle conoscenze acquisiste sull’uomo.

Koch utilizzò di nuovo gli animali nel tentativo di sviluppare un vaccino contro la tubercolosi, e di nuovo gli effetti del vaccino si dimostrarono disastrosi per l’uomo. Koch ritrattò così i postulati che coinvolgevano gli animali. La sua esperienza dimostrò che quando un agente patogeno di una certa malattia è inoculato negli animali, la risposta dipende dalla specie. Non molto prima di morire Koch scrisse: un esperimento su un animale non dà alcuna indicazione sul risultato dello stesso esperimento su un essere umano.

Nonostante il tempo smentisse poi i presunti successi in nome della sperimentazione animale, essa continuò a diffondersi in tutte le branche della medicina. Non solo, ogni scoperta ottenuta con l’osservazione clinica e le autopsie non era considerata valida se non si riusciva a riprodurla negli animali da laboratorio, contro ogni evidenza ottenuta sull’uomo stesso!

Alcuni esempi. La malattia di Addison, dal nome del suo scopritore, il medico inglese Thomas Addison (1793-1860), si manifesta quando le ghiandole surrenali non sono più in grado di produrre certi tipi di ormoni. La sua scoperta fu ignorata per trent’anni, solo perché i ricercatori non riuscivano a riprodurre gli stessi sintomi della malattia negli animali da laboratorio a cui erano state asportate tali ghiandole.

Nel 1895, in un’operazione chirurgica su una donna, Robert T. Morris mostrò il funzionamento delle ovaie. Ma il merito andò nel 1896 al ricercatore tedesco Emil Knauer per aver riprodotto la procedura sui conigli.

Nel 1833, il fisiologo e chirurgo militare americano William Beaumont poté studiare il processo digestivo attraverso una grossa apertura nell’addome di un paziente, Alexis St. Martin, ferito da un colpo di arma da fuoco. Claude Bernard si affrettò a “validare” questo lavoro sugli animali. Beaumont morì nel 1853. Nel 1904 il fisiologo russo Ivan Pavlos ricevette il Premio Nobel dopo aver pubblicato i suoi studi sui meccanismi digestivi, studi compiuti sugli animali, quando Beaumont, decenni prima, aveva già documentato le stesse cose direttamente da osservazioni su casi umani.

Una finestra sul microcosmo L’avvento del microscopio fu decisivo e fece compiere alla medicina un balzo in avanti nella comprensione dei sistemi viventi. Il primo microscopio fu inventato dal bolognese Marcello Malpighi nel 1650. Già nel 1665, lo scienziato inglese Robert Hooke descrisse nella sua “Micrographia” le proprie osservazioni al microscopio di strutture biologiche. Poco tempo dopo, lo scienziato olandese Anton Van Leeuwenhoek, descrisse batteri e spermatozoi, senza usare animali.

Il microscopio moderno fu costruito nel 1828 da Joseph Lister. Esso portò all’accettazione della teoria delle cellule, secondo cui ogni organismo può essere compreso attraverso lo studio delle sue cellule. Questa rivelazione è di fondamentale importanza per la medicina e a favore delle argomentazioni contro la sperimentazione animale. Secondo il patologo tedesco Rudolf Virchow (1821-1902), tutte le cellule derivano da cellule preesistenti. Nella sua descrizione della leucemia, diventa chiaro che le malattie avvengono e si diffondono a livello cellulare, e le cellule malate derivano da cellule che prima erano sane. Virchow concluse che solo studiando i tessuti al microscopio si può comprendere la nostra natura.

Grazie al microscopio gli scienziati constatarono con il tempo molte differenze tra le cellule umane e quelle di altre specie, e perfino tra le cellule di individui di razza diversa nell’ambito della stessa specie. Fu presto chiaro che, anche se tutte le cellule, vegetali e animali, presentano caratteristiche comuni, le cellule delle varie specie sono differenti e reagiscono in modo diverso alle malattie e alle terapie.

Tuttavia la gente continua a credere che si dovrebbero usare gli animali come modelli, specialmente i primati, poiché la loro struttura genetica approssima di molto la nostra. Il nostro DNA è uguale a quello delle grandi scimmie per il 97-99%. Sebbene questa approssimazione sia più che buona, non tiene in alcun conto le differenze a livello di sequenze di coppie-base del DNA, che contengono le informazioni per la formazione degli amminoacidi, e di cui sappiamo ancora poco. Pertanto l’argomento DNA a favore della sperimentazione animale è molto ingannevole.

Nel corso della storia si è osservato il ripetersi dello stesso schema: ogni nuovo sviluppo porta a metodi migliori per compiere osservazioni più dettagliate. Le similitudini tra umani e animali si dissolvono e diventano meno significative, mentre le differenze si accentuano e diventano più importanti. Sono queste differenze che rendono i risultati della sperimentazione animale inapplicabili agli esseri umani.

Legalizzazione della vivisezione Agli inizi del ‘900 i tempi erano maturi perché la sperimentazione animale venisse accettata dalla comunità scientifica per il test di nuovi farmaci. Fu sufficiente un singolo avvenimento che si verificò nel 1937 negli Stati Uniti. Un nuovo antibiotico disciolto in una sostanza chimica, il diethilene glycol, provocò la morte di 107 persone. Gli scienziati somministrarono il farmaco ad alcuni animali, e anche questi morirono. Ma questa fu una coincidenza, che non provava affatto che tutte le specie animali reagiscono allo stesso modo a tutte le sostanze chimiche.

Nel 1938 il Congresso americano approvò una legge che impegnava le case farmaceutiche a provare la sicurezza dei propri prodotti. Ciò significava testare prima i prodotti sugli animali. La responsabilità dei controlli della corretta applicazione di questa normativa fu affidato alla Food and Drug Administration (FDA), una divisione del Dipartimento della Salute e Servizi Umani degli Stati Uniti.

La Seconda Guerra Mondiale incentivò lo sviluppo del settore farmaceutico a causa dell’enorme richiesta di antibiotici e vaccini. Per massimizzare i profitti le case farmaceutiche brevettarono i propri prodotti e si assicurarono il favore dei medici offrendo loro vasti campioni gratuiti, borse in pelle e perfino viaggi premio. Nel 1951 fu resa obbligatoria la prescrizione per la maggior parte dei farmaci. Ciò servì a rafforzare la collaborazione tra i medici e le case farmaceutiche, ad accrescere la fiducia dei pazienti nella medicina, e ad aumentare i profitti.

Gli anni del Talidomine Le cure miracolose pubblicizzate dalle case farmaceutiche non tardarono a manifestare gravi effetti collaterali. Il più noto e grave fu quello del Talidomide, un tranquillante per le gestanti che si dimostrò teratogeno. Teratogena è una sostanza che altera il corredo genetico con il risultato di alterare il normale sviluppo dell’embrione e causare deformazioni nel nascituro.

Widikund Lenz, un pediatra tedesco, fu il primo a suggerire una correlazione tra il talidomide e la teratogenesi. Le gestanti che avevano assunto il talidomide diedero alla luce bambini focomelici, cioè privi di arti sviluppati. Il primo caso registrato di focomelia causata dal talidomide risale al 25 dicembre 1956, ma nel 1957 il farmaco fu comunque messo trionfalmente in commercio. Seguirono altri casi di nati focomelici a cui seguirono nuove sperimentazioni sugli animali. Gli scienziati cercavano negli animali la prova di ciò che già era noto nell’uomo. Nessuno degli animali da laboratorio trattati con il talidomide produsse feti focomelici e ciò ritardò il suo ritiro dal mercato.

Soltanto dopo la catastrofe, con dosi massicce di talidomide provate in innumerevoli specie di animali, si ottennero alcuni nati focomelici in una delle (circa) 150 razze di coniglio, il coniglio bianco neozelandese, a dosi comprese tra le 25 e le 300 volte superiori a quella normale per l’uomo. Inoltre, si ottennero malformazioni in certe specie di scimmia a dosi dieci volte superiori a quella normale.

L’assunzione del Dr. Lenz, basata su un riscontro epidemiologico con centinaia di casi focomelici, fu ignorata per cinque anni. Il farmaco fu ritirato nel 1962 quando ormai erano nati oltre 10.000 bambini focomelici. Gli studi sugli animali giocarono un ruolo attivo nell’ampliare questa tragedia. La ricerca su tessuti umani in vitro avrebbe evitato tutto questo.

Il talidomide ha impartito un insegnamento: è assolutamente inutile saggiare la teratogenicità di una sostanza negli animali.

Il Decreto fatale Il disastro del talidomide fece sì che i Senatori Estes Kefauver e Hubert Humphrey avviassero una revisione dell’FDA e del precedente atto che regolava la commercializzazione dei farmaci. L’atto legislativo Kefauver-Harris richiedeva ora alle case farmaceutiche di produrre non solo prove sulla sicurezza dei loro farmaci, ma anche sulla loro efficacia. Purtroppo, richiedeva anche che i vari test venissero compiuti su varie specie animali, permettendo così alle cause farmaceutiche, di continuare su questa strada errata.

Già negli anni ’60 molti scienziati erano comunque consci dei limiti del modello animale. Persino il prestigioso giornale di medicina The Lancet ammise che anche i test più accurati sugli effetti di un nuovo farmaco sugli animali sono poco informativi riguardo i suoi effetti sull’uomo. In uno studio di allora, gli scienziati confrontarono gli effetti collaterali noti di sei farmaci in topi, cani e umani. Gli effetti collaterali come il mal di testa, che sono difficili da identificare negli animali, non furono considerati. Dei 78 effetti collaterali avversi osservati nell’uomo, solo il 36 o 46 percento di questi erano presenti negli animali.

La sperimentazione animale continuò e persiste ancora oggi, poiché essa rappresenta un rifugio legale dietro cui le case farmaceutiche possono difendersi.

Test di tossicità Il fatto che i test sugli animali siano obbligatori, permette di dire, a chi vuole che essi continuino, che gli studi sugli animali hanno giocato un ruolo in ogni scoperta degli ultimi decenni. In realtà le cose stanno diversamente: è vero che gli animali figurano nelle scoperte, ma solo perché gli animali da laboratorio sono ovunque; le scoperte certamente non facevano affidamento su di essi.

Da quando divenne obbligatorio per legge fornire i dati sulla tossicità di tutte le sostanze chimiche e farmaceutiche prima della loro immissione sul mercato, venne usato come standard un test chiamato “LD50”. LD50 sta per Lethal Dose Fifty Percent. Dosi crescenti di sostanza chimica o farmaco sono somministrate agli animali, di solito cani e ratti, fino a quando il 50 percento dei soggetti non muore. Quel dosaggio è designato LD50.

Di tutti i test di tossicità, l’LD50 è il più assurdo, perché i ratti, i cani e gli esseri umani, non possono reagire allo stesso modo alle sostanze chimiche e farmaceutiche. Nel corso degli ultimi quarant’anni, molti dei farmaci che furono testati e approvati con il test LD50, ebbero sull’uomo effetti drasticamente diversi.

Nel 1987, in un’udienza congressuale sull’argomento, eminenti tossicologi affermarono che l’LD50 non è una costante biologica. Nonostante questo, l’LD50 continua a essere usato, anche se recentemente il modo di procedere è stato revisionato in modo da richiedere un numero minore di animali (senza cambiarne, però, la sostanza). Questo genere di test offrono alle grandi società la possibilità di difendersi in caso di danni alla salute causati dai loro prodotti, potendo sostenere di aver eseguito i dovuti esperimenti sugli animali. Inoltre, scegliendo opportunamente la specie animale, si potrà dimostrare un risultato o il suo contrario a seconda di quanto fa comodo al committente | Fine seconda parte

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