Scacco matto a una dote naturale

Scacco matto a una dote naturale

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Alessandra Ferrara

L’essere geniali, possedere un talento non è un’astrazione riservata a pochi.

Ogni essere umano nasce con delle caratteristiche fisiche e delle capacità intellettuali che lo rendono diverso da tutti gli altri sette miliardi. L’esercizio attivo di queste ultime è sicuramente legato a fattori sociali, culturali ed economici per cui non tutti le sviluppano allo stesso modo: alcuni individui, infatti, tenteranno a reprimerle, altri invece a portarle all’esasperazione tanto da diventare un’ossessione.

«Il genio è per l’uno per cento ispirazione e per il novantanove per cento sudore. Dunque, una persona geniale è spesso soltanto una persona di talento che ha fatto bene i suoi compiti» diceva Thomas Edison

La gaussiana dell’ossessione

La definizione di Edison spiega allora perché, per esempio, Diego Maradona è considerato uno dei migliori calciatori di sempre o Franz Liszt, un pianista virtuoso.

Il rischio è quello di trasformare, però, le proprie capacità in un’arma di autodemolizione fisica e mentale da cui non tutti riescono a sfuggire: dipendenza da sostanze, perdita di senno potrebbero essere le conseguenze immediate.

È possibile immaginare l’esercizio esagerato di una dote naturale come la curva a campana di Gauss: la parte iniziale schiacciata, quasi asintotica, è assimilabile alla presa di consapevolezza della propria capacità il cui esercizio si riflette sul tratto crescente della curva, durante il quale con dedizione, e accantonamento di altri aspetti vitali (quali anche semplici relazioni sociali) si raggiunge il punto di massimo.

Ogni ambizione è raggiunta: il massimo è un punto di profonda felicità e di profonda solitudine che sfocia nell’esasperata ricerca di un palliativo. La discesa della curva, infatti, è forse più insidiosa della salita: si combatte con insicurezza e vuoto determinati da ciò a cui si è rinunciato e perso durante la prima fase.

È qui che entra ancora una volta in gioco l’ossessione che da input, incline alla vittoria, diventa una folata di vento che in un soffio spegne la candela del talento.

La regina degli scacchi

La metafora può essere estesa a vari livelli: da quello amatoriale a quello agonistico su infiniti campi di applicazione e non solo sportivi o artistici.

La serie Tv prodotta da Netflix, dal titolo “La regina degli scacchi”, ispirata all’omonimo romanzo di Walter Tevis, racconta la storia di una ragazza orfana con una grande dote per il gioco degli scacchi.

Fin da bambina, il custode della casa di cui è ospite le insegna le prime mosse che lei studia durante la notte immaginando che il soffitto del dormitorio si trasformi in una enorme scacchiera. Beth, questo il nome della protagonista, dedicherà tutta la sua giovane esistenza agli scacchi, sfidando i più celebri e forti scacchisti americani e non.

Io sto bene da sola (…) esiste tutto un mondo in quelle 64 case [Beth, La regina degli scacchi]

È la storia di una giovane donna consapevole della sua capacità che trasferisce negli scacchi il suo sentirsi diversa. Gli scacchi, però, le restituiscono una solitudine da cui non riesce a liberarsi che diventa linfa della sua sete di vittoria. Un gioco di strategia, di studio, di grande attenzione e concentrazione quello degli scacchi, in cui ogni mossa non è retroattiva: puoi solo arrenderti e farlo è una sconfitta.

L’obiettivo di Beth è quello di battere gli insuperabili russi per poter affermare di essere invincibile. Porta a termine l’impresa lasciando, però, che il suo talento si trasformi in ossessione.

Un’ossessione che le porta via gli anni più spensierati della sua vita, le relazioni interpersonali.

La consapevolezza di saper fare bene qualsivoglia attività, allora, non deve diventare strumento di demolizione di ciò che è stato costruito con passione, allenamento, energie e sacrifici. Bisogna raggiungere ogni obiettivo cercando il giusto equilibrio tra genio e distruzione: questo è lo scacco matto!

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