Quello che non abbiamo imparato

Quello che non abbiamo imparato

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Maria Ausilia Di Falco

“L’amore è tutto carte da decifrare

E lunghe notti e giorni per imparare

Se avessi una penna ti scriverei

Se avessi più fantasia ti disegnerei

Su fogli di cristallo da frantumare

E guai se avessi un coltello per tagliare

Se avessi più giudizio non lo negherei

Che se avessi casa ti riceverei

Che se facesse pioggia ti riparerei

Che se facesse ombra ti ci nasconderei

Se fossi un vero viaggiatore ti avrei già incontrato

E ogni nuovo incrocio mille volte salutato.”

La cosa più detestabile dell’amore è che queste parole non le abbiamo scritte noi. O che Fossati non le ha scritte per noi. Poi però, ascoltiamo questa canzone e proviamo qualcosa che è tutt’altro che detestabile. È Amore.

Amore è quel sentimento così detestabile e apprezzabile insieme. Un foglio di cristallo che a volte brilla, a volte si rompe.

Amore è Odi et Amo di Catullo. Amore è fare pace e fare guerra. Il Re dei sentimenti ha sempre in mano un coltello che taglia forte, se vuole. E il problema è che quel coltello taglia dopo che è stato casa. Una casa che ci ha ricevuto e accolto, calda. Una casa che a un certo punto ha perso il tetto e l’ombra che riparava si è trasformata in pioggia fredda che bagna fino all’ultima goccia.

Amore è un viaggiatore che ti incontra, un guardiano che ti guarda, un cacciatore che non ti caccia, un sacerdote che ti pronuncia come un’orazione con la lingua tra i denti. L’Amore non ha una bocca che parla ma labbra che abbattono.

E chi abbattono?

Gli amanti.

Quelli che amano e sono amati, quelli che amano sempre e non amano mai, quelli che sono abbattuti e abbattono. Gente che viene e che va. Come l’Amore.

Nessuno, da quando esiste il mondo, ha capito se è l’Amore che ruba il passo agli amanti o se sono gli amanti che rubano il passo all’Amore. Quello che si sa è che gli amanti sono assassini che amano ore, ore e ore, di notte, finché il sonno dura, e poi uccidono all’alba di altro amore.

Insomma, l’amore è come la storia dell’uovo e la gallina, non se ne viene fuori, mai. Perché gli innamorati sono persone che ricercano, calcolano, decifrano, studiano, alla fine vivono e non hanno il tempo di imparare. Mai.

E a volte, a volte, l’amore oltre le persone incontra l’arte. E gli amanti incontrano gli artisti. E questo è un vero guaio.

La lista delle storie d’amore tra artisti è infinita. Si restringe drasticamente però se si vuole rintracciare una coppia che non ha saputo scindere l’amore tra sé dall’amore per l’arte, la passione corporale dalla passione mentale, l’eros che muove verso il dio della bellezza, in qualsiasi oggetto essa dimori. Difficili da rintracciare questi amanti, ma esistono. Clara Wieck e Robert Schumann ne sono un esempio.

Due amanti della musica. Due geni del pianoforte. Due talenti che si sono incontrati a metà tra il loro corpo e il loro pianoforte. Due persone che non hanno saputo scindere il desiderio di loro dal desiderio dell’arte e hanno fatto della loro casa la fortezza dell’Amore.

Difficile. Difficilissimo che un amore di questo tipo non sfoci in una mera deriva narcisistica. Difficile che la dedizione per la musica, la passione per il pianoforte, lo studio e la disciplina intrecciati al desiderio dell’altro, non si trasformino in ossessione. Difficile inglobare tutto ciò nell’essere uomo e nell’essere donna. Nei figli, nella quotidianità. Difficile ma non impossibile.

A casa Schumann c’era l’Amore. C’era musica a colazione, a pranzo e a cena. C’erano le note nell’aria, c’era l’Ottocento che scorreva dalle dita ai tasti. C’era il suono del romanticismo che rimbalzava sulle pareti, scendeva sui tappeti, s’infilava tra le lenzuola di seta, sul letto dove Clara e Robert si amavano componendo notturni e romanze e componevano notturni e romanze amandosi. A casa Schumann la musica era amore, l’amore era musica. In questa casa sono nati figli armonici da genitori-amanti che erano musicisti che suonavano, non concertisti che si esibivano. Loro, non tendevano alla perfezione. Componevano per non restare in superficie e tendere alla profondità. E l’amore è composizione, non perfezione, non può essere un concerto, non può essere vanità.

Se di fronte allo stagno dei sentimenti l’immagine riflessa di Clara e Robert abbracciati avesse formato un Narciso, non saremmo qui a parlare del loro grande amore. I coniugi Schumann si riducevano ad essere lo specchio dove Narciso si cancellava, la competizione si annullava e restava solo l’immagine dell’amore. Un quadro Sturm und Drang.

L’equazione musica + amore dà come risultato la felicità? No. Sugli arredi di Casa Schumann spesso scendeva una polvere funebre. Robert diventava folle, Clara sfiorava la disperazione, i figli respiravano angoscia. L’amore tanto bello diventava malato, una fronte di pietra dove i sogni finivano per gemere. Acqua curva per cipressi gelati, parafrasando Lorca.

Le spalle con cui i due amanti sorreggevano il tempo si trasformavano in alberi di lacrime e gli abbracci diventavano crivellati e i baci diventavano avvelenati e le piogge grigie diventavano mari di onde verso le quali annegare. E Robert ci morì dentro a quelle onde, nonostante le braccia tenere dalla moglie sollevate verso di lui. Perché l’amore è rosso sì, ma come il sangue. All’inizio è un sangue di rosa che ribolle, profuma e ci incanta, ci macchia di passione. Poi quel sangue lo assorbiamo sempre di più e ci scioglie le membra.

Eppure senza sangue nessuno è vissuto.

E allora non ci resta che imparare a con-vivere col tormento delle nostre stesse paure, col sudore che cola dalle costole, con la luce che sale lentamente e il buio che cala sempre più in fretta.

L’amore è un suono di cristallo e di fuoco che ci appende al cielo. Si prende quello che vuole, quello che c’è. Ci attraversa fulmineamente, si proietta come un’immagine dentro e fuori dai nostri corpi, è neve sfumata di sogno, aria immobile e vento di temporale. È l’azzurro acceso nel bianco di febbraio, è il rosa che sfuma nella pelle di giugno. È saltare sul tramonto a occhi chiusi.

È l’ossimoro per eccellenza. Chi può salvarci da tutto ciò?

L’amore stesso. Che ci toglie e ci dà, sotto mille forme diverse.

Se di musica si parla, siamo salvi a maggior ragione. Perché il suono cura sempre, fosse il suono più triste del mondo. Ricordiamo: in principio era il verbo e il verbo era suono. Dal suono nasce tutto e al suono tutto ritorna. Amore compreso.

Schumann scrive a Clara: «Non desidero niente di più che te e un pianoforte accanto […] Percorro i margini del baratro, frequento la vertigine, osservo il fondo dell’abisso … ma proprio ogni volta che ritorna questa musica, mi sento immerso nella scura notte dell’Ellesponto, in mezzo al guado, e so in lontananza le due sponde opposte e davanti a me l’onda che sale e che mi solleva e che mi risucchia verso il basso. Il lume acceso per segnarmi la via appare e scompare e le mie bracciate solcano onde impetuose e sento la fatica opprimermi il cuore. È il viso della donna che mi attende a darmi forza, a rendermi determinato come se questo specchio d’acqua che attraverso fosse un ruscello di montagna. Il tuo devoto nel vecchio e nel nuovo amore

Il viso della donna che mi attende. Nell’amore vecchio e nuovo, nell’amore che si rinnova c’è la chiave di tutto, forse; in quel miscuglio di gioia e sofferenza senza il quale nessuno può vivere. Meglio: senza il quale nessuno sarebbe proprio su questa terra.

Gli amanti commettono tanti errori, a volte sembra che non ci sia via d’uscita. E se è vero che nella stagione dell’esistenza uno pensa a correggere i propri errori … e non ci riesce, è anche vero che l’arte, la musica concedono sempre qualche possibilità. Ed è per questo che Robert e Clara sono stati, sono e resteranno per sempre una coppia più unica che rara. Perché in mezzo al dolore, alla passione, alla follia, alla felicità, rintracciavano continuamente altre possibilità nella musica che li legava. Sounds good verrebbe da dire.

Se fossi solo un uomo, passerei il tempo a innamorarmi e commettere errori.

Se fossi solo uno scrittore passerei il tempo a spostar virgole e commettere errori.

Se fossi solo un musicista passerei il tempo a inserire pause e commettere errori.

Se fossi un uomo innamorato che scrive e che suona, ecco, diciamo un artista, commetterei errori e li correggerei subito. Sbaglierei e correggerei, all’infinito. E in questo errore passerei il tempo a donare la mia anima ai posteri.

In fondo, gli artisti valgono per quel che lasciano ai posteri più che per quel che donano ai contemporanei.

E forse l’Amore è tutto qua: in quello che lasciamo, non in quello che viviamo.

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