2 Marzo 2024
Alessia Laudadio | Dieci anni fa l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima: l’emergenza non è finita e il dibattito sul futuro delle centrali e delle scorie è tornato d’attualità, specie in Italia
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Alessia Laudadio

Immaginiamo di vivere in Giappone, magari a Fukushima e di possedere tutto quello che per noi è quotidianità: famiglia, casa, lavoro. Immaginiamo ora di assistere a un terremoto di magnitudo 8.9, che causerà poi uno tsunami. Immaginiamo, infine, di dover abbandonare tutto ciò che abbiamo, probabilmente per sempre.

È quello che è accaduto nel 2011, agli abitanti di Fukushima e di tutti i paesi nel raggio di 30 km. Ma perché?

Fukushima, 11 marzo 2011

Fukushima possedeva una delle centrali nucleari più grandi del mondo, costruita nel 1967. Il forte terremoto dell’11 marzo 2011, nelle coste del Giappone settentrionale, provocò uno tsunami mai visto nel Paese. Questo evento portò allo spegnimento della centrale e alle successive esplosioni che hanno causato la dispersione di grandi quantità di materiale radioattivo. Tutti questi eventi portarono a oltre 18.000 morti e più di 180.000 persone evacuate.

L’11 marzo si è commemorato il decimo anniversario di questo catastrofico evento, ma l’emergenza non è finita: la centrale non è ancora stata smantellata, le zone intorno all’impianto sono deserte e 35.000 persone sono ancora sfollate. Il governo cerca di incentivare la popolazione, con somme di denaro, a tornare in quelle città prive di vita. Secondo l’Onu le emissioni radioattive non hanno più effetti dannosi, ma la paura dei cittadini resta alta.

Nucleare, no grazie

La questione del nucleare è, quindi, un tema sempre acceso: attualmente si contano 440 reattori nucleari in 32 nazioni diverse. Un caso particolare è quello dell’Italia che, insieme a Uruguay, Austria e Danimarca, è uno dei paesi in cui l’energia nucleare è illegale. Ma come si è arrivati a questo traguardo?

L’8 e il 9 novembre 1987 l’Italia ha detto no alluso dell’energia atomica con il primo referendum sul tema, abrogando un serie di norme e orientando le successive scelte in una direzione contraria al nucleare. 24 anni dopo venne presentato un nuovo referendum: oltre il 94% dei votanti scelse di votare per un addio ufficiale al nucleare.

Ma dopo un quarto di secolo in Italia si torna a parlare di nucleare. Le scorie nucleari, nel nostro paese, non hanno ancora un deposito ed è per questo che è stata pubblicata una nuova mappa dei luoghi considerati idonei per immagazzinarle. Si tratta di 90mila scorie prodotte durante l’attività degli impianti nucleari e il loro smantellamento. La mappa ha individuato 67 luoghi divisi nelle regioni di Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna (ne abbiamo parlato QUI).

Un deposito per le scorie

In queste aree i rifiuti verranno chiusi dentro fusti di acciaio riempiti di cementite, sigillati in scatole di cemento armato, disposti in una vasca e ricoperti da terreno: si tratterà dell’occupazione di 110 ettari e di un dispendio economico che oscilla tra 900 milioni e 1,5 miliardi di euro.

Ovviamente le regioni che dovrebbero ospitare questi depositi non si trovano affatto d’accordo. Caso particolare è quello del Piemonte che già ospita il 75% dell’attività radioattiva derivata dai tre siti nucleari presenti in regione (Leggi QUI). Il governatore Alberto Cirio si è detto deciso a voler dimostrare l’inidoneità dei territori ad ospitare rifiuti nucleari.

Quindi, le centrali nucleari attive no ma i rifiuti nucleari sì? A lungo i governatori delle regioni si batteranno affinché i depositi non vengano costruiti sul loro territorio, questo è certo. D’altronde, forse non si rischia un disastro come quello di Fukushima, ma a distanza di anni chi può dire quali conseguenze potranno esserci?

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