Quando le stelle vengono meno

Quando le stelle vengono meno

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Il Maestro Fabio Afrune, pianista, concertista e didatta, analizza “Quando le stelle vengono meno”, l’ultimo romanzo musicale scritto da Antonella Frontani, edito da Garzanti.

Non si può ridurre il lavoro, come la costruzione di un romanzo,  ad un “mi piace/non mi piace” .

Quando le stelle vengono meno, il nuovo libro di  Antonella Frontani, non prevede veri viaggi (interiori e non), ma  tragitti. Ci sono vite che si intrecciano, ci sono direzioni. Non è un romanzo di formazione,  come fu il precedente romanzo , ma un condominio di esistenze che si confrontano dialetticamente, alla Hegel per intenderci.

L’antitesi di tutti i personaggi è Batman, emblema dell’umanità e del patrimonio morale contro cui si scontra e con cui si confronta ogni personaggio (più o meno direttamente). La sintesi da questo incontro è la consapevolezza. La consapevolezza viene con l’esperienza, che altro non è che le ferite che ci portiamo addosso, i problemi che abbiamo vissuto e poi risolto. Batman è il mos maiorum a cui ci si rivolge, perché l’esperienza è data dell’errore, nel suo caso di un unico errore tragico, ma fatale. In effetti, noi ascoltiamo i consigli di chi è più saggio. Ma il saggio chi è? Per me è colui che ha sbagliato più degli altri e che ha saputo apprendere dai propri errori.

Da subito è chiara la ricerca sull’intreccio di esistenze diverse, con un approccio umano alla diversità ma non eccessivamente empatico.

È un contrappunto politonale con una scansione delle voci poliritmica.

Il condominio è il risultato dell’intreccio di modi e scale ben definiti ed identificabili – se presi da soli – , ma che, sommandosi inevitabilmente in polifonia, smussano le proprie peculiarità e divergenze e si sintetizzano in un apparato armonico generale in cui non emerge né un modo né l’altro.

Ma, come nel puntilismo, un colore è un’illusione, frutto di una somma di punti di tanti colori diversi che contribuiscono a donare una sfumatura particolare, un timbro proprio.

Anche in musica, ciascun personaggio è una voce che procede nella sua orizzontalità e unicità fino al momento in cui si intreccia alle altre voci contribuendo alla formazione verticale di una massa sonora armonica, apparentemente semplice ma che cela in sé gli stilemi e le peculiarità proprie di ciascuna voce. Questa combinazione di voci e personaggi – che si incrociano ciascuna in uno specifico ma casuale periodo della propria vita – concorre alla creazione del suono, con un suo colore peculiare e profondo e profondamente variegato al suo interno.

In questa massa, il libro di Antonella,  se si osservano i particolari di ciascuna voce e della sua interazione con le altre, si troveranno numerose finezze che si nutrono proprio delle diversità: la diversità è lo spazio che abbiamo per accogliere la nostra antitesi, una parte di sé che custodiamo nell’altro e che si incastra con noi, proprio perché diversa e, in un certo senso, complementare.

Un dettaglio è, per esempio, il fatto che, come succedeva per il protagonista del romano precedente,  la Frontani usi spesso le parole “sé stesso”, solo quando si riferisce a Tommaso e a Batman perché solo la forma riflessiva può spiegare la visione del mondo che va dall’esterno all’interno, a scavare nel proprio io, senza concedersi al mondo lì fuori.

Passare dagli occhi di un personaggio all’altro diventa naturale, e ci si ritrova come a leggere più libri insieme contemporaneamente, a scrutare più vite insieme, ma, in fondo, a vivere solo una sola esistenza.

Credo che Antonella abbia voluto far capire come, alla fine, siamo tutti sotto lo stello cielo, che sia esso stellato o meno, e che ciascuno può scegliere di fare la propria parte. E che i cambiamenti non si fanno necessariamente in movimento.

E che il coraggio è quello di fermarsi, soprattutto se si vuole rispondere ad un messaggio. E il rispetto per la vita propria ed altrui, come fulcro essenziale dell’umanità.

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