Il cibo tra moda, costume e nuove tendenze

Il cibo tra moda, costume e nuove tendenze

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Deborah Pedone | Attorno al cibo ruota l’intera vita dell’essere umano. Negli ultimi dieci anni, però, cibarsi non è più solo l’azione di ingerire alimenti, ma una vera e propria moda. Con il verbo “mangiare” si intende un’esperienza multisensoriale e soprattutto visiva. Il cibo, prima di assaporarlo, si osserva, si fotografa e si condivide anche con chi non è presente, grazie ai social network.

Come tutte le mode, ci si deve domandare se l’interesse svanirà anche per il cibo, se la maggior parte delle persone agisce così per conformarsi o se davvero questo coinvolgimento possa essere un punto di inizio per una maggiore consapevolezza dei prodotti che finiscono sulle tavole italiane. Attorno a questo tema si sono confrontati alcuni dei migliori giornalisti e scrittori italiani di “Food” durante i giorni del Festival del Giornalismo Alimentare.

Il “Food” è una tendenza trainante, una moda che ha coinvolto tutti i media: dai social network, all’interno dei quali sono nati e cresciuti veri e propri influencer del cibo, alla televisione, dove spopolano programmi e talent-cooking-reality-show di ogni genere. I cuochi sono le nuove star. «Questo, però, non è un momento storico unico, già nel ‘600 l’editoria si è riempita di titoli gastronomici» spiega Pina Sozio, della rivista Gambero Rosso, «sono i contenuti non approfonditi che devono passare di moda, bisogna parlare al lettore per fortificare il nostro Paese che è culla di buon prodotto».

Il giornalismo alimentare è un campo che soffre ancora di complessi di inferiorità ma ha un ruolo essenziale per il consumatore. Fare giornalismo alimentare significa vendere un prodotto di alto livello, un’etica della ristorazione e di produzione di cibo.

«Non ci sono luoghi dove poterlo studiare» spiega Pauliina Siniauer, food journalism trainer, finlandese di origine ma newyorkese per adozione. «Il giornalismo alimentare è cultura, fotografia, ricette, tradizione. Deve diventare la voce dei piccoli produttori, ristoratori, camerieri e cittadini, affinché si moderi il forte impatto della grande industria alimentare che stravolge il nostro modo di mangiare. Non solo, però: bisogna sollevare le questioni dei salari bassi, delle molestie, delle discriminazioni di genere nel settore, dei prezzi, dell’impatto negativo che la grande distribuzione ha sui piccoli produttori. Solo così la moda non passerà e si potrà fare una buona informazione alimentare».

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